Marche

hub crociere e dragaggi sono ancora nel limbo

ANCONA Probabilmente ci avrebbero messo meno se avessero caricato le borse piene di banconote su dei dromedari, attraversando gli Appennini da Roma ad Ancona a passo d’ambio. A poco meno di un anno dalla revoca del settembre 2025, ancora non c’è traccia dei 100 milioni di euro che il Ministero dell’Economia ha revocato all’Autorità portuale di Ancona per i gravi ritardi accumulati nella realizzazione delle opere con essi finanziate. Progetti fondamentali per lo sviluppo del porto, a partire dai 12 milioni di euro per i dragaggi delle banchine dalla 19 alle 26, quelle commerciali, da portare a quote batimetriche comprese tra 10 e 14 metri, il massimo consentito dal nostro Prg. E non sono solo tecnicismi, visto che fondali più profondi accolgono navi più grandi, e quindi traffici commerciali più interessanti.

La caccia

Ma torniamo ai 100 milioni, e mettiamoci sulle loro tracce come degli aspiranti Poirot. Lo scorso 24 maggio, ad un mese dalla notizia della perdita dei fondi, divulgata dall’Authority solo a fine aprile 2026, il Corriere Adriatico aveva pubblicato in anteprima la bozza del decreto del Ministero delle Infrastrutture, titolare dei fondi, con cui si autorizzava il ritorno del tesoretto ad Ancona. Con allegata la promessa di tempi stretti per il ristoro della cifra. Oggi, quasi due mesi dopo, di atti ufficiali ancora non ce ne sono. Sappiamo che il Ministero delle Infrastrutture, guidato dal leghista e vicepremier Matteo Salvini, ha fatto quello che doveva, trasmettendo quanto di propria competenza al Ministero dell’Economia, guidato da un altro esponente di spicco del Carroccio, l’economista Giancarlo Giorgetti. Che ancora non ha firmato, e manca solo questo passaggio formale perché possa partire il bonifico immaginario da 100 milioni diretto alle casse di molo Santa Maria. Che, per inciso, dal 1° luglio scorso è guidato dall’onorevole leghista Mirco Carloni. Insomma, la partita dei fondi revocati è diventata un menàge a trois dalle tinte verdi come il prato della Pontida tanto caro al compianto fondatore dell’allora Lega Nord, Umberto Bossi. Il che rende ancora più strano il protrarsi di questa partita per tempi ormai diventati biblici. E nel frattempo, ci sono dei porti che scalpitano. A partire da quello di Ancona, anche se i 100 milioni revocati riguardavano gli scali da Pesaro fino a Ortona, quelli cioè di competenza dell’Authority del Mare Adriatico Centrale, con sede nella città storica.

Il tesoretto

E proprio il porto anconetano è risultato essere quello più colpito dal provvedimento, incubando da solo la metà del tesoretto tornato al mittente. Oltre 50 milioni assegnati all’Ap nel 2022, e mai spesi. Risorse destinate ad opere fondamentali, a partire dagli stessi dragaggi. Ma non solo, visto che in ballo ci sono anche i 22 milioni di euro del molo Clementino, il banchinamento per grandi navi da crociera al porto antico. Oppure gli 11 milioni per la demolizione parziale del molo Nord, quello della Lanterna rossa, per migliorare la manovrabilità e la sicurezza delle navi in ingresso e in uscita dal porto di Ancona. Stando alla bozza di decreto che aveva pubblicato il Corriere, poi, questa pausa di riflessione durata quasi un anno non sarà indolore. Dei 101 milioni (la cifra precisa) richiamati a Roma dal Mef, ad Ancona ne torneranno circa 99 milioni. Nel caso dello scalo dorico, si sono persi 270mila euro per i dragaggi delle banchine dalla 19 alla 26, 250mila euro per la demolizione parziale del molo Nord e 500mila euro per il molo Clementino. Insomma, oltre un milione di euro in meno solo perché tecnici e politica non sono stati in grado di spendere nei tempi previsti delle risorse faticosamente entrate nelle casse dell’Authority. Un paradosso, se si considera come spesso si punti il dito verso la scarsità dei finanziamenti per giustificare la mancata realizzazione delle opere, e in questo caso si è invece riusciti a sciupare fondi che già c’erano.




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