Cultura

Su Netflix, c’è una serie giapponese sui giochi mortali che non puoi perdere (è superiore a Squid Game)

Quando si parla di death game su Netflix, il pensiero corre immediatamente a Squid Game. La serie coreana del 2021 ha conquistato il mondo con la sua miscela esplosiva di giochi mortali, critica sociale e tensione psicologica, diventando in pochissimo tempo un fenomeno globale. Eppure, nel catalogo della piattaforma esiste un’altra serie che affronta il medesimo genere con un’intensità e una creatività che, per molti aspetti, superano persino il celebrato show di Hwang Dong-hyuk. Alice in Borderland, adattamento del popolare manga di Haro Aso, è arrivata su Netflix in sordina nel dicembre 2020, quando il pubblico mondiale forse non era ancora pronto ad affrontare narrazioni così oscure.

La serie racconta la storia di un gruppo di ragazzi catapultati in una Tokyo deserta e distopica, dove sono costretti a partecipare a giochi letali per rinnovare i propri “visti di sopravvivenza”. Un’ambientazione che richiama Alice nel Paese delle Meraviglie, ma con una componente horror e psicologica che trasforma la fiaba in incubo. Ciò che distingue Alice in Borderland da Squid Game (e che la rende addirittura superiore) è l’approccio alla progettazione dei giochi stessi. Mentre Squid Game si concentra su sfide ispirate ai passatempi infantili coreani, con un’enfasi sulla forza bruta e sulla strategia di gruppo, Alice in Borderland costruisce ogni prova attorno a diverse abilità cognitive e fisiche.

I giochi sono categorizzati in base ai semi delle carte da gioco: cuori per la psicologia, quadri per l’intelligenza, fiori per il lavoro di squadra, picche per la resistenza fisica. Questa struttura permette una varietà narrativa che impedisce alla serie di cadere nella ripetitività. Ogni sfida presenta regole cristalline e conseguenze che si intensificano progressivamente, creando un crescendo di tensione che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Ma non è solo l’ingegnosità meccanica a fare la differenza. Alice in Borderland dedica uno spazio maggiore allo sviluppo dei legami tra i personaggi, esplorando con profondità temi come la colpa, la perdita e la responsabilità individuale di fronte a scelte impossibili.

Le relazioni al centro della narrazione acquisiscono un peso emotivo che amplifica l’impatto di ogni decisione presa sotto pressione. Dal punto di vista tecnico, la produzione Netflix ha messo a disposizione risorse considerevoli per ricreare una Tokyo post-apocalittica: set cinematografici imponenti, effetti visivi di alto livello e una regia che riesce a bilanciare azione frenetica e momenti di introspezione. Il risultato è un prodotto che rispetta fedelmente il materiale di partenza, pur adattandosi alle esigenze del formato seriale televisivo. Questo equilibrio tra fedeltà al manga e libertà creativa ha reso Alice in Borderland uno degli adattamenti manga più riusciti mai apparsi sulla piattaforma.

Eppure, nonostante la qualità indiscutibile, la serie non ha mai raggiunto la saturazione culturale di Squid Game (che ha generato un valore incredibile). Il tempismo potrebbe aver giocato un ruolo decisivo: uscita a fine 2020, in piena pandemia, forse il pubblico cercava evasioni più leggere piuttosto che distopie cupe. Inoltre, Alice in Borderland richiede un investimento cognitivo maggiore da parte dello spettatore. La mitologia della serie si dipana attraverso strati di significato che vanno ben oltre la superficie dei giochi, richiedendo attenzione costante per cogliere i riferimenti a Lewis Carroll e i messaggi filosofici nascosti nelle pieghe della trama.

La serie rappresenta un esempio di come il rispetto per il materiale originale, unito a una visione registica coerente e a una produzione generosa, possa creare un capolavoro che merita di essere riscoperto. Squid Game ha dimostrato che il pubblico globale ha fame di storie ad alta tensione psicologica, ma è Alice in Borderland a mostrare fino a che punto questo genere può spingersi quando creatività e sostanza narrativa camminano di pari passo.


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