La Nato “ridicola” e l’asse con Ankara: Donald ignora l’Europa per trattare con Mosca
Il summit Nato di martedì ad Ankara corre sui binari di un doppio paradosso. Il primo è quello di un Europa a guida franco-tedesca sempre più bellicosa sul fronte dell’Ucraina. Un’Europa decisa a investire molto di più nella Difesa, ma anche a spingere Donald Trump su posizioni più decise nei confronti di Vladimir Putin. Al paradosso europeo si contrappone quello di un presidente americano più interessato a dialogare con il padrone di casa Recep Tayyp Erdogan che con i vecchi alleati. “Non ci hanno sostenuto la posizione non è reciproca” ha scritto ieri Trump definendo “ridicolo” rapporto con gli europei. Non solo. Emerge che il capo del Pentagono Pete Hegseth avrebbe già voluto annunciare il disimpegno parziale di uomini e mezzi in Europa ma sarebbe stato frenato dal Segretario di Stato Marco Rubio. Tutto questo anche nella prospettiva di un negoziato con la Russia in cui il presidente turco – capace di dialogare sia con Kiev che con Mosca – diventerebbe l’indispensabile ago della bilancia. Da questo doppio paradosso l’Italia può uscire schiacciata o vittoriosa. Schiacciata se si limiterà a esporre i progressi, limitati rispetto a quelli di Francia e Germania sul fonte delle spese militari. Vittoriosa se saprà riagganciare, grazie ai buoni rapporti con il Sultano, il filo della riconciliazione con Trump.
Ma partiamo da Parigi. Secondo fonti dell’Eliseo Emmanuel Macron, ancora “gasato” dal successo della cena a quattrocchi con Donald Trump organizzata al G7, punta – come già ad Evian – a convincere il presidente Usa ad “adottare una linea comune molto forte sull’Ucraina”. Secondo le stesse fonti Macron cercherà di convincere Trump che “ogni trattativa di pace deve partire dalla linea di contatto e che la sicurezza degli europei va discussa con loro”. Come dire trattativa con i russi decisa assieme al Vecchio Continente e nessuna cessione di territori rispetto a quelli già conquistati dalla Russia. A dar man forte alla linea di Macron s’aggiunge il cancelliere tedesco Friedrich Mertz che ricorda come la Germania sia “pronta a raddoppiare il bilancio per la difesa nell’arco di 4 anni”. La linea franco tedesca pur rispondendo sul piano economico alle richieste di maggior impegno sul fronte delle spese militari avanzato dalla Casa Bianca potrebbe non soddisfare Trump. Che sottolinea – non a caso – di andare ad Ankara “solo per rispetto del presidente Erdogan”. In quelle parole molti leggono il tentativo di rimettere in moto un dialogo con la Russia mai decollato dopo l’incontro di Anchorage dello scorso Ferragosto. Erdogan resta infatti l’unico leader in grado di dialogare sia con Putin sia con Zelensky. E di farlo godendo della fiducia della Casa Bianca. Ma in quell’elogio di un Sultano accusato in Europa di perseguitare la minoranza curda e l’opposizione democratica molti intravvedono un’ulteriore divaricazione dagli alleati. Una divaricazione capace di trasformarsi nell’asse portante del summit.
Tutto questo lascia però uno spiraglio per l’Italia che se da una parte vanta un incremento delle spesa militare (dall’1,6% al 2,8% negli ultimi due anni) ancora lontano dal soddisfare l’alleato Usa dall’altra crede, a differenza di Parigi e Berlino, nella necessità di avviare un negoziato con Mosca. E questo può fare la differenza.
Soprattutto se sapremo far tesoro degli ottimi rapporti intessuti da Giorgia Meloni ed Erdogan. Rapporti che possono contribuire non solo a sanare lo scontro con The Donald, ma anche a convincerlo che è il momento di trovare una soluzione al sanguinoso conflitto in Ucraina.
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