Lazio

«La libertà non può avere paura» – Il Tempo


C’è una forma di violenza che non lascia sempre lividi visibili, ma che consuma lentamente la serenità, la libertà e perfino l’identità di una donna. È quella fatta di controllo, minacce, ossessione, pedinamenti, telefonate continue, messaggi incessanti e paura quotidiana. Lo stalking rappresenta spesso il primo gradino di una spirale che, se sottovalutata, può trasformarsi in qualcosa di ancora più grave.
Su questo tema si concentra la riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, da anni impegnata nella tutela della salute e dei diritti delle donne. Un pensiero che nasce dall’esperienza maturata accanto a migliaia di pazienti, ma anche dalla consapevolezza che la violenza di genere non sia soltanto un fatto di cronaca, bensì una questione culturale che riguarda l’intera società.
«Ogni volta che leggiamo dell’ennesimo femminicidio», osserva Giorlandino, «ci chiediamo cosa sia andato storto negli ultimi giorni. Io credo, invece, che dovremmo domandarci cosa non abbiamo visto nei mesi e negli anni precedenti. Nessuna violenza nasce all’improvviso.»
Per la presidente della Fondazione Artemisia, lo stalking rappresenta uno dei segnali più evidenti di una concezione malata delle relazioni. «Troppo spesso viene scambiato per gelosia o per amore insistente. In realtà è il contrario dell’amore. È il tentativo di annullare la libertà dell’altra persona, di trasformarla in un possesso.»
La riflessione si allarga poi al ruolo della società. «Non possiamo continuare a pensare che sia un problema privato tra due persone. Quando una donna cambia le proprie abitudini, rinuncia a uscire, modifica il percorso per andare al lavoro, ha paura di rispondere al telefono o di aprire la porta di casa, quella violenza riguarda tutti noi. Significa che una cittadina non è più libera di vivere la propria quotidianità.»
Secondo Giorlandino è necessario imparare a riconoscere i campanelli d’allarme molto prima che la situazione degeneri. «Le minacce, il controllo ossessivo del cellulare, gli insulti, la manipolazione psicologica, l’isolamento dagli amici e dalla famiglia non sono normali dinamiche di coppia. Sono segnali di una relazione tossica che meritano ascolto e intervento.»
La prevenzione, sottolinea, passa anche dall’educazione. «Dobbiamo insegnare ai ragazzi che amare significa rispettare, non controllare. Che un “no” è un “no”. Che la libertà dell’altro non è una concessione, ma un diritto. È nelle scuole, nelle famiglie e nei luoghi di aggregazione che si costruisce una cultura capace di prevenire la violenza.»
Un altro aspetto fondamentale riguarda il sostegno alle vittime. «Molte donne non denunciano perché hanno paura di non essere credute, di essere giudicate o di restare sole. Per questo è indispensabile costruire una rete composta da istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, operatori sanitari, psicologi e associazioni. Nessuna donna deve sentirsi abbandonata nel momento più difficile della sua vita.»
L’esperienza maturata negli anni le ha insegnato che il primo passo verso la rinascita è proprio l’ascolto. «A volte basta trovare qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare perché una donna inizi a recuperare la forza di chiedere aiuto. Non dobbiamo mai sottovalutare una richiesta di sostegno, neppure quando appare piccola. Dietro una frase pronunciata con timidezza può nascondersi una sofferenza enorme.»
Per Giorlandino anche il linguaggio ha un peso. «Le parole possono salvare oppure ferire. Dobbiamo smettere di cercare attenuanti nella gelosia o nei raptus. La violenza è una scelta, non un gesto inevitabile. Raccontarla con precisione significa contribuire a cambiare la cultura che, ancora oggi, tende troppo spesso a giustificarla.»
Infine, un pensiero rivolto alle donne che vivono situazioni di paura. «Vorrei dire loro di non sentirsi colpevoli e di non vergognarsi. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di coraggio. Ogni donna ha diritto di vivere senza paura, di costruire il proprio futuro, di uscire di casa, lavorare, amare o interrompere una relazione senza temere conseguenze. La libertà non può avere paura.»
Una riflessione che va oltre il singolo episodio di cronaca e richiama tutti a una responsabilità collettiva: riconoscere i segnali, intervenire tempestivamente e costruire una società nella quale il rispetto non sia un’eccezione, ma la regola. Perché la violenza sulle donne non si combatte soltanto nelle aule dei tribunali, ma ogni giorno, attraverso l’educazione, la cultura e la capacità di non voltarsi dall’altra parte.
Se preferisci, posso renderlo ancora più editoriale e incisivo, con uno stile simile a un fondo pubblicato su un quotidiano nazionale.


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