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Stardust – Rem – Il vero significato di “Losing My Religion”, il brano più amato dei R.E.M. :: Gli Speciali di OndaRock

Pubblicata il 19 febbraio 1991 come primo singolo di “Out Of Time”, “Losing My Religion” è l’evergreen dei R.E.M. . Il suo successo ha attraversato oltre tre decenni, trasformandola nel brano simbolo della band georgiana e in uno dei manifesti musicali degli anni Novanta. Eppure, proprio la canzone più famosa della band di Athens è anche una delle più fraintese: il titolo, infatti, ha portato molti a credere che parlasse di religione o di perdita della fede, quando in realtà il testo di Michael Stipe racconta tutt’altro.

Per capire davvero il significato di “Losing My Religion” bisogna partire dal momento storico in cui nacque. All’inizio degli anni Novanta i R.E.M. erano ormai pronti a compiere il salto definitivo verso il grande pubblico. Dopo essersi imposti come punto di riferimento dell’alternative rock americano con album come “Murmur“, “Reckoning“, “Lifes Rich Pageant“, “Document” e “Green“, Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry erano chiamati a una sfida delicata: conquistare il mercato internazionale senza perdere quell’identità costruita negli anni delle college radio e della scena indipendente americana.
Out Of Time“, pubblicato nel marzo 1991, rappresentò il punto d’incontro fra queste due anime. La band ampliò il proprio linguaggio sonoro introducendo archi, tastiere, organo, fiati e arrangiamenti più ricchi, pur mantenendo intatta la propria sensibilità melodica. Il mandolino di Peter Buck, destinato a diventare uno degli elementi più riconoscibili del disco, contribuì a definire un suono nuovo, capace di raggiungere un pubblico molto più vasto senza tradire lo spirito dei R.E.M.

È proprio in questo contesto che nasce “Losing My Religion”. Fin dalla pubblicazione il titolo ha generato interpretazioni errate, alimentate anche dal videoclip diretto da Tarsem Singh, ricco di immagini ispirate all’iconografia religiosa e alla pittura rinascimentale. In realtà, come spiegò Michael Stipe già nel 1991, l’espressione “losing my religion” è solo un’espressione idiomatica, in voga nel sud degli States, che sta all’incirca per “perdere la pazienza” o “non poterne più”. Nella circostanza, per colpa di una storia d’amore disperata e ossessiva. Anche se, naturalmente – come da prassi remmiana – il termine “love” non comparirà mai.

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Life is bigger

It’s bigger than you

And you are not me

The lengths that I will go to

The distance in your eyes

Oh no I’ve said too much

I set it up

That’s me in the corner

That’s me in the spotlight

Losing my religion

Trying to keep up with you

And I don’t know if I can do it

Oh no I’ve said too much

I haven’t said enough

I thought that I heard you laughing

I thought that I heard you sing

I think I thought I saw you try

La vita è grande

Più grande di te

E tu non sei me

Farei di tutto per te

Uno sguardo indifferente nei tuoi occhi

Oh no, ho detto troppo

Io l’ho combinato

Eccomi nell’angolo

Eccomi sotto i riflettori

Mentre ho perso la pazienza

A cercare di starti dietro

E non so se posso farcela

Oh no, ho detto troppo

Anzi, non ho ancora detto tutto!

Credevo di averti sentito ridere

Credevo di averti sentito cantare

Credevo di averti visto provare

Il brano si apre insomma come la più classica delle dichiarazioni d’impotenza. Una storia di amore non ricambiato, nonostante ogni possibile tentativo. Stipe rielabora ancora una volta il filone della prediletta “Every Breath You Take” dei Police, per commentare una nuova patologia sentimentale, in cui si mescola anche la sua condizione di star “sotto i riflettori”. E non c’è dubbio che sia solo questo il senso del brano, anche se nel prosieguo l’autore non rinuncia a infilarvi nuove espressioni religiose, come a voler giocare sull’equivoco del titolo, alimentato del resto dalla “ieraticità” del relativo videoclip, diretto dal regista indiano Tarsem Dhandwar Singh, che sarà persino accusato di blasfemia e censurato in Irlanda.

Every whisper

Of every waking hour I’m

Choosing my confessions

Trying to keep an eye on you

Ogni sussurro

Di ogni ora che sto sveglio, io sto

Scegliendo le mie confessioni

Cercando di tenerti d’occhio

Ma se il termine “confessioni” appare volutamente ambiguo, il verso finale, ammettendo che l’illusione amorosa è stata solo un sogno (“just a dream”) ribadisce il cuore concettuale del brano: una canzone colma di disperazione per un amore non ricambiato.

Lo stesso Stipe ha raccontato che tra le fonti d’ispirazione del brano c’era “Every Breath You Take” dei Police. Se il classico della band di Sting affrontava il tema dell’ossessione sentimentale da una prospettiva inquietante e possessiva, “Losing My Religion” racconta invece la fragilità di chi ama senza essere ricambiato. È una canzone sull’insicurezza, sull’attesa e sulla paura del rifiuto, più che sull’amore in senso romantico.

Accanto a questa lettura sentimentale esiste anche un secondo livello interpretativo. Secondo quanto riportato nel volume “A Companion To Media Studies” di Angharad N. Valdivia, il testo potrebbe riflettere, almeno in parte, il disagio dello stesso Michael Stipe nei confronti della fama improvvisamente raggiunta dai R.E.M. Versi come “That’s me in the spotlight” assumerebbero così un significato ulteriore: il desiderio di essere visto come persona e non soltanto come una rockstar, proprio mentre la band stava entrando in una dimensione completamente nuova.
Del resto, “Losing My Religion” arrivò in un momento decisivo della carriera del gruppo. Il successo di “Green” aveva già spalancato ai R.E.M. le porte del grande pubblico, ma fu “Out Of Time” a trasformarli definitivamente in un fenomeno mondiale. E fu proprio questa canzone, nata come una confessione intima e lontanissima dalle logiche del singolo radiofonico perfetto, a diventare il ponte ideale tra il passato alternative della band e il suo futuro da protagonista assoluta del rock internazionale.

A rendere ancora più potente il messaggio contribuisce la musica. Peter Buck costruisce il brano attorno a un riff di mandolino destinato a diventare uno dei più celebri della storia del rock, mentre gli archi, le chitarre acustiche e la voce sofferta di Stipe danno vita a un’atmosfera malinconica e sospesa. Pur priva di un ritornello tradizionale, “Losing My Religion” riesce a imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto, dimostrando come una struttura lontana dai canoni del pop possa diventare un successo planetario.
È “la canzone” per definizione dei Rem, il trait d’union tra le loro origini “alternative” e il loro destino di rockstar, l’inno che – piaccia o no – li rappresenterà per sempre, con quel verso iniziale “life is bigger” che suona quasi come una profezia: proprio a partire da “Losing My Religion”, la vita dei Georgiani è diventata più grande. Spiega Mike Mills: “Ci sono stati pochi eventi epocali nella nostra carriera, perché è avanzata molto gradualmente. Se proprio bisogna parlare di un cambiamento storico, credo che la cosa che ci si avvicina di più sia ‘Losing My Religion’”. Sarà anche il loro 45 giri di maggior successo (n. 4 nelle chart Usa) e si aggiudicherà due Mtv Music Awards. Paradossale, per una band che, solo pochi anni prima, aveva dichiarato guerra ai videoclip.


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