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Julia: La West Coast del cantautore islandese :: Le Recensioni di OndaRock

Ascoltare un disco è un gesto che sta diventando meccanico. L’era dello streaming permette alla musica di essere la colonna sonora delle nostre giornate: un esercizio mentale e fisico ormai abitudinario, per nulla immune alla noia.

Ritrovarsi ad ascoltare il nuovo album del cantautore Ásgeir Trausti Einarsson è stato casuale e involontario. La promessa della musica islandese ha già giocato tutte le carte possibili per emergere nel calderone folk-pop contemporaneo. Neanche chiamare in soccorso John Grant per i testi in lingua inglese ha scardinato la piacevole prevedibilità delle sue ultime prove, a volte preda della routine. E’ bastato però un attimo per essere catturato dal passo sicuro e poetico di “Smoke”: nulla di nuovo, ma sincero e intenso al punto da meritare un veloce riascolto. Qui il suono del banjo frantuma l’impianto tipico del brano – chitarra, piano, synth e batteria – aprendo inattese sfumature West Coast che richiedono attenzione. Qualcosa è cambiato nel percorso del cantautore di Reykjavík. Per il suo nuovo album, “Julia”, Ásgeir ha rinunciato alle suggestive poesie del padre Einar Georg Einarsson e alle altrettanto suggestive liriche di Júlíus Aðalsteinn Róbertsson, emancipandosi definitivamente nel ruolo di cantautore nonché di protagonista di queste dieci canzoni.

Pedal steel, ritmi soffusi e il sempre aulico suono dell’organo si adagiano su sontuose e malinconiche ballate. Quello che per un attimo appare come un piacevole incidente di percorso, o come frutto degli ultimi residui d’ispirazione, è il primo capitolo di un felice rinnovamento artistico. La già collaudata sinergia tra arrangiamenti garbati e il falsetto alla Bon Iver del cantautore islandese questa volta funziona decisamente meglio. Ásgeir vira verso il country con una grazia tipica dei tardi anni 70 (“Quiet Life”), senza però rinunciare alle algide ed eteree sonorità degli esordi (“Universe Beyond”). I gradevoli aromi esotici di “Ferris Wheel”, il gustoso utilizzo di una sezione fiati che accompagna il sensuale groove di “Against The Current” e la giusta dose di elettronica che duetta con chitarre e xilofono in “Sugar Clouds” svelano una visione creativa più spontanea ed espansiva, conciliando la già nota vulnerabilità poetica del musicista con una più solida ispirazione.

L’emancipazione definitiva di Ásgeir passa ovviamente anche attraverso i testi. Al netto di qualche incertezza svelano una visione creativa più spontanea ed espansiva. Ne è un esempio la title track: un brano che, con il solo ausilio di un delicato fingerpicking, un velo di archi e la purezza della voce, si candida tra le tracce più intense dell’autore. Registrato in parte dal vivo in studio, “Julia” è l’inatteso album della maturità del cantautore islandese. Le spoglie trame di “Stranger” e “Into The Sun” ne certificano la genuinità, ma è nella splendida ballata folk-noir dal passo elettro-folk-pop alla Blue Nile di “In The Wee Hours” che tutta la magia del nuovo disco di Ásgeir diventa a tal punto palpabile da scardinare le ultime perplessità. Un ritorno sorprendente.

30/06/2026


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