la maggioranza va in pezzi. Fumata nera per Luciani
MACERATA Caos totale alla prima seduta del Consiglio comunale, andata in scena ieri pomeriggio. Tra assenze, qualche franco tiratore e sfoghi fuori microfono la maggioranza di centrodestra non riesce ad arrivare al fatidico 17, ovvero al numero di voti minimo necessario per eleggere il nuovo presidente dell’aula.
L’obiettivo era di riportare sullo scranno più alto il civico Francesco Luciani, eletto nelle fila dei “Maceratesi per Parcaroli”, il risultato è stato quello di quattro votazioni andate a vuoto, una tensione crescente e la decisione di far mancare, alla fine, il numero legale per rinviare la seduta, prendere tempo e tentare di trovare, in extremis, una quadra. Tutto nasce dalle fibrillazioni legate alla formazione della giunta a trazione FdI-Lega, con l’esclusione della componente moderata (Udc e Noi Moderati) dall’esecutivo, a cui si somma – forse – pure lo scontento di chi puntava a fare l’assessore ed è rimasto fuori.
La ricostruzione
Ma andiamo con ordine. In aula sono tre gli assenti, gli ex assessori Iommi e Laviano (quest’ultima out per malattia), entrambi eletti con Forza Italia, e il dem Domizi. La maggioranza, che partiva da 21 voti, inizia a togliere le prime due sferre dal pallottoliere. A queste si aggiungono subito (vengono date per scontate), quelle dei moderati esclusi dall’esecutivo Marco Caldarelli e Deborah Pantana. Ventuno meno 4, quindi: siamo a 17 (sulla carta).
Ma le cose non vanno per il verso sperato, la maggioranza si incarta e va in scena il caos, complice il voto segreto e qualche franco tiratore. Dopo una breve commemorazione dell’onorevole Adriano Ciaffi, scomparso domenica, il Consiglio, presieduto in prima battuta dal consigliere anziano, Andrea Blarasin, dopo la convalida degli eletti, passa all’elezione del presidente e del vicepresidente. La proposta di Francesco Luciani arriva da Sandro Di Tuccio (I Maceratesi per Parcaroli). I gruppi di FdI, Lega e FI e il sindaco, Sandro Parcaroli, danno il loro consenso, mentre Marco Caldarelli e Deborah Pantana intervengono, senza, però, fare alcun accenno alle loro intenzioni di voto. Poco prima delle 16 iniziano le operazioni di voto. Il volto di Luciani, ignaro di quanto stava per accadere, sembra, da subito, piuttosto teso. Parcaroli non muove un muscolo, Marchiori e D’Alessandro studiano la situazione.
Le prime due votazioni, che necessitano dei due terzi dell’Assise per eleggere il presidente (22 voti su 33 componenti) vedono la prima con 16 voti per Luciani, e la seconda che va pure peggio: 15 voti. Tra le curiosità un voto al “Camiciaio” (ovvio riferimento all’assessore e commerciante Giuseppe Romano), una bianca e un voto per ogni componente di minoranza, che decide di votare così, per contarsi. Dalla terza votazioni basta la maggioranza dei componenti dell’assemblea. Il numero magico è appunto 17 ma Luciani si ferma a 15 voti. A questo punto, Blarasin chiede di sospendere per qualche minuto per far ristampare le schede. La maggioranza corre a richiudersi in una stanza per cercare di porre rimedio al disastro, ma non sembra funzionare.
Dopo poco si alzano le voci, in modo particolare quella di Castiglioni, che si rivolge, malamente, ad alcuni esponenti della Lega e se ne va, sbattendo la porta e continuando a urlare, mentre torna in aula. Il sindaco entra ed esce dalla stanza, con espressione imperscrutabile. La maggioranza cerca di coinvolgere Caldarelli e Pantana, senza riuscirci. Ad assistere al Consiglio i vertici della Lega, in primis il commissario provinciale Mauro Lucentini. Prima di passare alla quarta votazione, con la tensione che in aula si taglia a fette, Pantana prende la parola e chiede di rinviare il Consiglio, con la motivazione del lutto che ha colpito la città per la morte di Adriano Ciaffi, ma la proposta è giudicata irricevibile e si vota.
Luciani prende 10 voti, mentre 5 sono per “Luciani Presidente”, da considerare nulli, anche se vengono convalidati, uno (contestato) per “Luciani D” ed è un altro nulla di fatto. Fumata nera. A questo punto si cerca di far mancare il numero legale, unico modo per rinviare la seduta, con Castiglioni che si alza e chiama i suoi, mentre gli altri banchi della maggioranza restano pieni. È qui che Castiglioni rientra e inveisce contro la Lega «Si doveva uscire tutti, chiaro?». Seguono tre appelli, il numero legale manca e se ne riparla dopodomani.




