Venezuela, in azione i vigili del fuoco del team Usar Ita-02, sono gli eroi del Ponte Morandi
Nella loro vita di missioni ne hanno fatte tante, in Italia e nel mondo. Hanno operato ovunque, con la passione di chi sa che ogni volta la prima vita a essere in pericolo è la propria. Quando sono arrivati a Macuto, davanti a quell’edificio dove era stata segnalata la presenza di una donna con due figli, non hanno esitato un attimo, hanno indossato caschetto ed equipaggiamento per cercare di «dare una buona notizia» a un popolo devastato dal sisma. Una corsa contro il tempo, per mantenere viva una speranza ormai ridotta al lumicino, a oltre 100 ore dal terremoto che ha devastato il Venezuela. Tra loro, nel team Usar Ita-02 – la squadra di ricerca e soccorso italiana – ci sono anche gli eroi del ponte Morandi, quegli uomini e donne che per settimane lavorarono senza sosta tra le macerie di Genova nell’estate del 2018. «Per noi il ponte Morandi è stata una scuola – spiega a Maurizio Tonda, del comando di Torino -, perché dall’epoca siamo migliorati molto sia a livello logistico che come attrezzatura. A differenza del Venezuela, l’intervento al ponte Morandi è stato concentrato. Essendo stato un evento singolo, più circoscritto, eravamo sicuramente di più e meglio organizzati sul posto». Ora quell’esperienza è messa al servizio dei venezuelani. A
La Guaira, lo Stato più colpito dal sisma del 24 giugno scorso, gli edifici sono completamente rasi al suolo e le strade ricoperte di detriti, mentre soccorritori da ogni parte del mondo fanno da spola da un sito a un altro alla ricerca di qualche segnale di vita. «Qui c’è la distruzione – sottolinea Tonda -. Ci sono edifici crollati che avevano tantissimi piani, dodici, quattordici. I soccorsi sono veramente difficili in queste condizioni». A dimostrarlo è la nuova forte scossa di assestamento di magnitudo 4.7 che ha colto i soccorritori nel pieno del loro lavoro.
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