L’illusione nominale dei salari umbri: dal 2008 inflazione e debolezze strutturali hanno impoverito la regione

Sono i lavoratori di commercio e turismo – due settori chiave dell’economia umbra – quelli che si trovano con le buste paga più “leggere” rispetto al 2008. Secondo il rapporto sull’economia regionale, presentato nei giorni scorsi da Banca d’Italia, le retribuzioni reali sono calate di ben il 10 per cento rispetto al 2008, anno spartiacque che ha segnato l’inizio della grande crisi del debito sovrano; a questa sono poi seguite le enormi difficoltà legate alla pandemia e ai conflitti internazionali, che hanno provocato un’ulteriore fiammata dell’inflazione.
Gli stipendi reali Come evidenziato nell’analisi della Banca d’Italia, le retribuzioni medie nominali dei dipendenti privati in Umbria sono aumentate del 21,9 per cento tra il 2008 e il 2023. Sulla carta, un incremento a doppia cifra potrebbe apparire come un segnale di progresso. Il problema è che quando questo dato viene depurato dall’effetto dell’inflazione per calcolare il salario reale – ovvero l’effettivo potere d’acquisto del lavoratore – il quadro cambia in modo sostanziale: la retribuzione reale in Umbria è diminuita dell’8 per cento rispetto al 2008.
Vulnerabilità Tanto per fare un esempio concreto, per acquistare lo stesso carrello della spesa che nel 2008 costava 100 euro, nel 2023 bisognava sborsarne 130 euro; il problema è che nello stesso periodo lo stipendio medio del lavoratore umbro è salito a soli 122 euro. Questo arretramento posiziona l’Umbria in una condizione di maggiore vulnerabilità rispetto al resto d’Italia; se, infatti, il calo reale umbro è in linea con la media del Centro Italia (-8,2 per cento), risulta significativamente più alto rispetto alla media nazionale (-6,2 per cento).
Gli shock La perdita di potere d’acquisto non è avvenuta in modo graduale, ma è stata accelerata da tre specifici shock macroeconomici. Come mostra la scomposizione dei dati analizzati nel rapporto, la riduzione della busta paga finale risponde a due leve distinte: il numero di ore lavorate e la paga riconosciuta per ogni singola ora. Nelle prime due crisi – quella del debito sovrano e quella pandemica – il calo salariale è stato determinato quasi interamente da una riduzione delle ore lavorate. Durante la recessione del debito, le imprese hanno ridotto l’attività per contenere i costi; nel 2020, i blocchi sanitari e il massiccio ricorso alla cassa integrazione hanno drasticamente ridotto il tempo di lavoro effettivo. In entrambi i casi, la tariffa oraria di base ha retto, ma il minor numero di ore svolte ha alleggerito lo stipendio mensile.
L’inflazione Il meccanismo è cambiato radicalmente nel biennio 2022-2023. In questa fase, mentre le ore di lavoro sono tornate a stabilizzarsi sui livelli pre-pandemici, a crollare è stata la retribuzione oraria reale, scesa in Umbria del 5,6 per cento rispetto al 2008 (contro una flessione più contenuta del 3,3 per cento registrata nella media italiana). La causa, secondo Bankit, risiede nella rapidità della fiammata inflazionistica, che ha preceduto di gran lunga i tempi di rinnovo dei contratti collettivi nazionali, lasciando i salari temporaneamente privi di uno scudo contro l’aumento dei prezzi che ha eroso i portafogli degli umbri.
Le aziende Uno degli aspetti più complessi e interessanti del rapporto riguarda poi il comportamento delle singole aziende. A parità di età, qualifica e livello di istruzione, i ricercatori della Banca d’Italia hanno misurato la propensione delle imprese locali a offrire salari competitivi rispetto al passato. La tendenza emersa è quasi universalmente negativa. In Umbria, la riduzione dei salari reali ha interessato la quasi totalità del tessuto produttivo. Solo una ristrettissima cerchia di imprese – posizionata oltre il 95esimo percentile, vale a dire il 5 per cento delle aziende che pagano meglio in assoluto – è riuscita a mantenere le retribuzioni reali dei propri dipendenti in linea con quelle del 2008.
Le altre regioni Il confronto con le altre regioni evidenzia una marcata differenza strutturale: nel Centro e nel resto d’Italia, le imprese più solide e produttive (a partire dal novantesimo percentile, ossia il 10 per cento migliore) non si sono limitate a difendere il potere d’acquisto dei dipendenti, ma sono riuscite ad aumentare i salari reali dei lavoratori; una capacità di redistribuzione della ricchezza che, in Umbria, è mancata quasi del tutto.
I settori A livello di settori economici, la contrazione dei salari non ha colpito tutti con la stessa intensità. Se nell’industria in senso stretto la flessione reale si è attestata intorno al 3 per cento e negli altri servizi è risultata quasi trascurabile, è nel commercio e nel turismo che si è registrato, come accennato all’inizio, l’impatto più pesante, con un crollo delle retribuzioni reali che sfiora il 10 per cento rispetto al 2008. Numeri che tornano a sottolineare una debolezza strutturale dell’economia umbra: commercio e il turismo sono settori ad altissima intensità di lavoro ma la forte perdita di valore reale delle retribuzioni in questi comparti suggerisce che si tratta di un’occupazione che poggia su basi contrattuali deboli. Anche su questi fronti, ha spiegato Bankitalia nel rapporto, servirebbe una forte spinta all’innovazione: il treno dell’IA ad esempio, hanno sottolineato i vertici della filiale perugina, l’Umbria non può perderlo.
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