Liguria

Imo non riaprirà, lo storico locale è in vendita: fine di un’epoca e di un pezzo di Genova popolare che se ne va


Genova. Basta un cartello appeso a una saracinesca per certificare la fine di un’epoca? La risposta è sì, se quella saracinesca e quella insegna ha accompagnato, in qualche modo, generazioni di genovesi. Parliamo di Imo, la storica enoteca e bar (o comunque un mix fuori da ogni categoria) la cui foto del cartello di messa in vendita ha fatto rapidamente il giro dei social network, scatenando un’ondata di commozione, aneddoti e amarcord. Un locale e un angolo di vita popolare non più replicabile, divenuti istituzione, ruspante ma autentica di un tessuto urbano che non c’è più.

Con la scomparsa dei gestori, prima della signora Maria e poi dello storico titolare Gino – da tutti conosciuto proprio come “Imo”, ereditando il nome e la promessa del padre fondatore – la serranda era già abbassata da tempo. Ma la messa in vendita ufficiale mette la parola fine a qualsiasi speranza di veder rinascere quel piccolo “altare laico” di quartiere, divorato dalla contemporaneità commerciale a cui oggi non sappiamo ancora dare un volto futuribile. Perchè ci spaventa.

“Passiamo da Imo e poi andiamo”: la tappa fissa

Imo non era un semplice locale: era una tappa obbligata, un rito di passaggio. Per moltissimi tifosi di Genoa e Sampdoria, quel angolo di strada era il fulcro di ogni “pre-partita” che si rispettasse. Ma non solo: nei tempi d’oro passare da Imo era la prima tappa di ogni serata, per “caricare” o per iniziare con i brindisi. E poi l’umanità, spontanea e senza filtro, in cui ci si poteva immergere da mattina a sera: la presenza fissa, i giocatori di carte, i poeti da bicchiere, gli artisti, passanti, ragazzi e ragazze, persone da tutto il mondo. Uno spaccato di città, ruvido, spontaneo, e paradossalmente lucido.

E si sa, in questi casi, i social assolvono ad un compito essenziale, forse l’unico fatto veramente bene: ricostruire pezzi di memoria collettiva. E così, sotto la foto pubblicata sulla pagina Genova la Superba, fioccano le citazioni e i ricordi. Dalla leggenda del cartello affisso alla Casa dello Studente della non troppo distante via Asiago “Attenzione, Imo è chiuso al martedì“, al ricordo degli arredi demodè, agli scaffali impolverati, al bancone anni 60.

Se entravi e chiedevi un caffè, Imo ti guardava meravigliato“, sorride virtualmente un cliente fisso degli anni ’90: da Imo si andava per la birra, per il “giànco” locale, o per liquori d’archivio come la Coca Buton. E ancora: “Da barman e sommelier posso dire che il fascino di Imo era quello del bar di rione. Non ci andavi per stappare un Sassicaia o per degustare un single malt; ci andavi perché potevi essere semplicemente te stesso. La semplicità vince sempre su tutto.”

Nel fiume di commenti emersi alla notizia della vendita, i veri protagonisti restano ovviamente loro: Gino e Maria. Una coppia unita nella vita e nel lavoro, descritta come l’archetipo della dedizione commerciale di una volta. Restano impressi i piccoli tormentoni linguistici che hanno fatto la storia del locale, come le ordinazioni urlate alla signora Maria per avere una “Seres” o una “Bes”.

Il dibattito: tra “cancel culture” commerciale e declino urbano

A scorrere i commenti, resta vivo il ricordo di un’epoca irripetibile, contrastata da un presente per molti divenuto “indeglutibile”. La chiusura definitiva di Imo rilancia il tema dell’estinzione del tessuto commerciale di prossimità, e la progressiva sostituzione delle botteghe storiche. E’ la legge del mercato: chi oggi, sarebbe disposto a fare la vita di Gino e Maria? Soldi – si dice – ne hanno messi da parte parecchi, ma portando avanti una sfida quotidiana che difficilmente oggi sarebbe ingaggiabile da qualche devoto servitore del mestiere.

Ciò che resta indubbio e fuori da ogni dibattito è il valore simbolico di questo locale e del passaggio doloroso di queste ore. Con la futura vendita del locale di Imo si chiude definitivamente un capitolo di storia della Valbisagno. Un capitolo fatto di fatiche, serrande alzate all’alba, accenti genovesi, l’unione di umano e (di)vino, e quella mescolanza di vite che, inevitabilmente, rimarrà incastrata nel secolo scorso. Salvo i disperati miracoli cercati in fondo al bicchiere, il solito bicchiere che finisce sempre troppo presto.

Foto tratta dal gruppo “Genova la Superba”




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