Lazio

la progressione si batte anche con lo stile di vita

La sclerosi multipla non è uguale per tutti e il suo decorso non dipende soltanto dalle lesioni provocate dalla malattia. A fare la differenza possono essere anche la capacità del cervello di adattarsi al danno e fattori legati allo stile di vita.

È il cambio di paradigma proposto da un’importante ricerca internazionale coordinata dall’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, pubblicata su Nature Reviews Neurology, una delle riviste scientifiche più autorevoli nel campo delle neuroscienze.

L’obiettivo è ambizioso: rendere sempre più precisa la prognosi della malattia per individuare fin dall’esordio la terapia più adatta a ogni singolo paziente. Un traguardo fondamentale se si considera che in Italia convivono con la sclerosi multipla oltre 145 mila persone e che la patologia rappresenta una delle principali cause di disabilità neurologica tra i giovani adulti.

Negli ultimi tre decenni le cure disponibili hanno cambiato radicalmente la storia della malattia. Pur non esistendo ancora una terapia definitiva, i farmaci oggi consentono di rallentarne significativamente l’evoluzione.

La vera sfida, però, è capire con maggiore accuratezza come la sclerosi multipla si comporterà nel tempo in ciascun paziente, così da intervenire tempestivamente con trattamenti sempre più personalizzati.

È in questa direzione che si muove il lavoro del Consorzio europeo MAGNIMS, dedicato allo studio della risonanza magnetica nella sclerosi multipla. La ricerca vede il San Camillo nel ruolo di centro coordinatore, con il neurologo Luca Prosperini come primo autore e Claudio Gasperini come autore senior e corrispondente.

Tra i protagonisti dello studio anche Luca Battistini dell’IRCCS Santa Lucia, che ha contribuito agli approfondimenti dedicati ai biomarcatori, confermando il ruolo di primo piano della ricerca romana nel panorama internazionale.

Lo studio propone di superare il tradizionale approccio basato principalmente sul numero delle lesioni osservabili con la risonanza magnetica. Secondo gli autori, per prevedere davvero l’evoluzione della malattia occorre considerare almeno tre aspetti contemporaneamente.

Il primo riguarda l’entità complessiva del danno neurologico, valutata attraverso la storia clinica del paziente, la frequenza delle ricadute, l’eventuale progressione della disabilità, gli esami di risonanza magnetica e alcuni biomarcatori rilevabili nel sangue, tra cui i neurofilamenti a catena leggera, oggi considerati tra gli indicatori più affidabili dell’attività della malattia.

Il secondo elemento è rappresentato dalla sede delle lesioni. Non tutte hanno infatti lo stesso peso: quando interessano strutture particolarmente delicate, come il midollo spinale, il tronco encefalico, il cervelletto o specifiche aree della corteccia cerebrale, il rischio di una progressione più significativa può aumentare.

Ma è soprattutto la terza dimensione a introdurre una prospettiva innovativa. I ricercatori parlano infatti di “riserva”, cioè della capacità del cervello di compensare il danno provocato dalla malattia, limitandone gli effetti sulla vita quotidiana. Una capacità che varia da persona a persona e che dipende non solo dall’età e dalle condizioni di salute, ma anche dalle esperienze accumulate nel corso della vita.

Secondo la revisione scientifica, un elevato livello di istruzione e un’attività intellettuale costante sembrano favorire una maggiore resilienza del sistema nervoso. Anche l’esercizio fisico regolare, praticato sia prima sia dopo la diagnosi, è associato a un decorso più favorevole.

A questi fattori si aggiungono livelli adeguati di vitamina D, una corretta alimentazione, il controllo del peso corporeo e l’abbandono del fumo, tutti elementi che possono contribuire a ridurre l’attività della malattia e a limitare sintomi come affaticamento, dolore, depressione e declino cognitivo.

La ricerca evidenzia inoltre il crescente ruolo dei biomarcatori, destinati a diventare strumenti sempre più importanti nella medicina personalizzata. Oltre ai neurofilamenti a catena leggera, anche molecole come GFAP, CXCL13 e CHIT1 potrebbero in futuro aiutare i neurologi a distinguere con maggiore precisione le diverse componenti della malattia, da quelle infiammatorie a quelle neurodegenerative.

Anche le nuove tecnologie promettono di cambiare il modo di seguire i pazienti. Dispositivi indossabili, sistemi di monitoraggio del cammino, test cognitivi digitali e strumenti diagnostici come la tomografia a coerenza ottica (OCT), utilizzata per studiare la retina, potrebbero consentire di individuare segnali di peggioramento ancora invisibili durante una normale visita neurologica.

Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: la sclerosi multipla non può più essere interpretata come una malattia definita esclusivamente dal numero delle lesioni osservate alla risonanza magnetica. È un processo biologico complesso, in continua evoluzione, nel quale infiammazione, neurodegenerazione e capacità di adattamento del cervello interagiscono costantemente.

Comprendere questo equilibrio significa aprire la strada a una medicina sempre più personalizzata, capace di scegliere la terapia giusta per il paziente giusto, nel momento più opportuno.

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