Cultura

TV Star – Music For Heads

Nel 1996, i Butthole Surfers, maestri del noise rock più caotico e distorto, spiazzavano tutti con “TV Star”, una bizzarra e giocosa ballata pop dedicata (con molta ironia) alla stella televisiva Christina Applegate. Saltiamo in avanti al 2020: siamo a Seattle, e un gruppo di amici decide di staccare la cassetta di quell’album dal muro, puntare il dito su quel titolo e sceglierlo come nome di battaglia. Un battesimo decisamente curioso, che ha dato il via non a una semplice band, ma a un vero e proprio piccolo ecosistema sonoro.

Dietro il moniker TV Star c’è un quintetto super affiatato guidato dalla voce ipnotica di Ashlyn Nagel (impegnata anche ai tasti bianchi e neri), supportata dalle chitarre intrecciate di Bryan Coats e Che Hise-Gattone, con Mark Palm al basso e Tucker DeVault a dettare il ritmo dietro i tamburi.

Credit: Bandcamp

Ma dimenticate il grunge arrabbiato della vecchia Seattle: questi ragazzi guardano altrove. Ascoltando il loro debutto “Music for Heads”, la prima cosa che salta all’orecchio è quanto sia impossibile incasellarli. Il loro stile è un frullato irresistibile e cangiante: c’è il luccichio melodico del jangle pop, la nebbia sognante dello shoegaze classico, le visioni della psichedelia anni ’90 e persino quel tocco malinconico tipico dell’alt-country più underground. Il bello è che non scelgono mai una corsia sola: si divertono a guidare proprio all’incrocio di tutti questi mondi, facendoti fare un viaggio pazzesco a ogni cambio traccia.

Per capire la vera anima di Music for Heads, bisogna sbirciare dietro le quinte e vedere dove è nato. Dimenticate i mega studi di registrazione asettici e ipertecnologici. I TV Star hanno scelto la via del calore e dell’intimità, immergendosi in quella che i critici americani hanno definito una produzione cozy (ovvero accogliente, confortevole, come una coperta calda in una giornata di pioggia a Seattle).

L’album è stato registrato in una costellazione di piccoli spazi del Pacific Northwest. Tra questi spicca The Unknown ad Anacortes (una suggestiva ex chiesa sconsacrata trasformata in studio analogico), insieme a una manciata di veri e propri rifugi” (hideaways) urbani nel cuore di Seattle. Quando la band parla di “rifugi”, intende proprio questo: scantinati di amici, stanze di appartamenti imbottite di tappeti, piccoli studi casalinghi e garage sotterranei. Luoghi nascosti e protetti dal caos esterno, dove i musicisti hanno potuto sperimentare senza la pressione del tempo che scorre.

Questa scelta si riflette totalmente nel suono del disco. Non ci sono filtri digitali perfetti o suoni finti: si sente l’aria della stanza, il legno che vibra, il fruscio dei nastri analogici e la vicinanza fisica dei musicisti. È una produzione che profuma di vintage e di caffè americano, capace di far sentire l’ascoltatore non davanti a un palco, ma seduto su un divano sfondato proprio lì in mezzo a loro, mentre la band suona a pochi centimetri di distanza.

Questo calore analogico fa da perfetto contrasto a un viaggio emotivo intenso, che si sviluppa come un percorso di guarigione da dinamiche relazionali tossiche e asfittiche. L’album si apre non a caso con la caliginosa e sognante atmosfera shoegaze di “The Package”, una traccia in cui la fine di una storia dannosa si consuma senza rabbia, ma con la matura consapevolezza di chi decide finalmente di varcare la porta e ricominciare a respirare, cullato da una splendida coda strumentale. Questa urgenza di autonomia torna a farsi sentire nel primo singolo, “Texas Relation”, una ballata dal sapore agrodolce dove l’ingresso solenne degli archi avvolge il canto lieve e soave di Ashlyn. La sua voce, intrisa di una tristezza magnetica, racconta la prigione di una relazione in cui ci si sente sminuiti e stereotipati; un senso di rassegnazione che si trasforma in pura resistenza psicologica, sigillata da un finale orchestrale travolgente in cui gli archi prendono il sopravvento con una drammaticità epica.

Ma la sottomissione psicologica e il lavaggio del cervello emotivo trovano il loro picco lirico e più oscuro nella straordinaria “Koresh Me Down”. Qui la band usa il nome del celebre leader di una setta come un verbo metaforico per descrivere la manipolazione all’interno di un amore malato; un pezzo asfittico in cui la voce di Ashlyn, splendidamente doppiata, fluttua sopra riff di chitarra intrisi di tristezza, per poi spegnersi in un finale con violoncello e viola assolutamente strappalacrime.

Quando la stanchezza emotiva richiede una scossa, i TV Star sanno però come alzare i giri del motore e graffiare. Succede con il ritmo incalzante di “Reality Cheque”, un pezzo guidato da un basso pulsante e da un gioco di parole geniale nel titolo, in cui l’esame di realtà diventa il duro risveglio di chi decide di sbattere in faccia al partner la totale mancanza di sintonia. Anche qui, la voce di Ashlyn mantiene il suo tono “educato” ma si fa decisamente più incisiva e dritta, scontrandosi con una chitarra di sottofondo che crea un’atmosfera quasi inquietante ma decisamente orecchiabile. La stessa energia pop-rock, solare e sferzante, esplode nella trascinante “Lodestar” (la stella polare), una vera e propria scarica di adrenalina power-pop che brilla come una dichiarazione di devozione totale verso una forza superiore o una guida capace di indicare il cammino nel caos della vita.

Questa incredibile cultura musicale della band si palesa anche nei continui cortocircuiti temporali. In “Two Revolutions” si torna a fluttuare in un limbo nostalgico dove l’incanto si spezza al ritmo di un mantra doloroso (“Well the magic is over”), mentre in “Out of My Bag” (slang che significa essere sfasati, “fuori”) la band mette in piedi un dichiaratissimo atto d’amore verso la scena Madchester e il Britpop a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. I TV Star prendono quel sound alla Stone Roses e lo rielaborano attraverso il filtro della West Coast, saturando le chitarre di riverberi ed echi dream-pop. Anche l’attitudine viene stravolta: niente spavalderia mascolina alla Liam Gallagher, ma un sussurro etereo che affronta l’ansia e la ricerca di indipendenza emotiva, fino al riscatto finale del testo in cui la protagonista riprende il controllo di sé.

La capacità della band di spogliare il suono si fa totale nella delicatissima e terapeutica “Greener Pastures”, una ballata acustica arricchita solo dalle note pizzicate di un banjo e dalla doppia voce di Ashlyn, che cattura perfettamente l’ansia da transizione e la paura del futuro. È il preludio perfetto alla title-track “For Heads”, il brano più smaccatamente psichedelico del lotto, dove il testo abbandona le fatiche relazionali per diventare una sequenza ipnotica di immagini sensoriali e positive che fluttuano libere tra chitarre dilatate.

A chiudere magnificamente il cerchio arriva infine “Strawberry Hero”. Il pezzo, acustico ed etereo, suona così soave che sembra essere stato scritto dai Beatles durante il loro celebre ritiro spirituale in India, perfetto per una meditazione serale. Le chitarre sognanti e il ritmo avvolgente lasciano nell’ascoltatore un profondo senso di sollievo e di catarsi. Se l’album iniziava con il trauma della fuga in “The Package”, si conclude qui, con la conquista di uno spazio mentale intoccabile e sereno.

I TV Star firmano così un debutto prezioso, capace di mescolare la grinta garage a un’immensa dolcezza dream-pop.


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