Dal fossile di un leone delle caverne nuove tracce sulla vita nel Pleistocene
Lo studio di un omero fossile appartenente a un leone delle caverne vissuto tra 160 e 190 mila anni fa ha permesso di rivelare le tracce di una grave frattura, completamente guarita. I risultati della ricerca, coordinata dall’Università di Padova e pubblicata sulla rivista “Quaternary International” , documentano uno dei più antichi casi noti di sopravvivenza a una frattura scomposta in questa specie e offrono nuove informazioni sulla biologia e sul comportamento dei grandi felini del Pleistocene.
«Quando ho visto quell’omero di leone e la frattura profonda, mi sono bloccata dall’emozione perché ho capito subito che si trattava di un reperto eccezionale – racconta Elena Ghezzo, ricercatrice al dipartimento di Geoscienze del Bo e prima autrice dello studio -. Abbiamo pochissimi resti di ossa di leone delle caverne con patologie evidenti, e gran parte delle ricerche precedenti si sono concentrate sul confronto tra i pochi esempi conosciuti, per la maggior parte provenienti da grotte in Germania. Segni di trauma sono ancora meno frequenti, e non sono certamente all’altezza del reperto da noi studiato».

Il reperto, rinvenuto nella grotta di Kanegra, in Slovenia, era arrivato nella Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” dell’Università di Bologna durante la seconda guerra mondiale, ma non era ancora mai stato studiato così nel dettaglio.
Per lo studio, l’omero è stato sottoposto a tomografia computerizzata (TAC) nel Centro di Anatomia dell’Unibo, sotto la responsabilità scientifica del professor Stefano Ratti. Le analisi morfologiche e patologiche sono state condotte da Giulio Vara ed Elisa Lodolo.
Le scansioni hanno permesso di osservare l’interno della frattura, evidenziando come il tessuto osseo spugnoso si sia completamente riorganizzato e rimodellato per preservare la funzionalità dei muscoli dell’arto anteriore. a frattura si è risaldata ma l’osso è rimasto in parte disallineato. L’osso è diventato più corto rispetto a un animale sano, mentre si è enormemente sviluppata la parte di articolazione con il muscolo della spalla, per compensare la rottura. Secondo i ricercatori, per sopravvivere dopo l’infortunio il leone ha affrontato condizioni molto difficili.

«L’animale si è probabilmente nascosto per settimane da possibili predatori, come iene o altri leoni, a digiuno e senza accesso a cibo o acqua, in attesa di guarire, come fanno i leoni attuali in Africa. Solitamente i leoni riportano ferite nella parte posteriore del corpo, quindi questo reperto è davvero un’eccezione», aggiunge Paul Funston della African Lion Conservation, aggiungendo che nella specie attuale i feriti non accedono alle cure del resto del branco, contrariamente a quanto accade nei lupi e in altre specie sociali.
L’omero è stato esposto al pubblico nell’ambito della mostra PALEOTAC, finanziata su fondi PNRR – Spoke 4 e conclusa lo scorso 17 maggio, ed è attualmente visibile a Bologna nelle sale della Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini”.
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