io vivo da reclusa, lui libero”

BRINDISI – “La legge è stata applicata. Come si dice, la giustizia ha fatto il suo corso, no? E com’è possibile che lui mi abbia perseguitata anche mentre il processo era in corso? Mi spiega perché io devo vivere ancora oggi da reclusa e lui da uomo libero? Sono io quella che ha subito atti persecutori, sono io quella che è stata picchiata. Sa una cosa? Spero che il mio nome non venga, in un futuro prossimo, aggiunto alle liste delle morti per femminicidio”. Le domande rimangono nell’aria. Non sono retoriche, meriterebbero una risposta. Chi parla, chi pone questi quesiti è una donna vittima di violenza, di atti persecutori. Non “che è stata”, ma che lo è ancora oggi, denuncia.
Prima l’idillio, poi il controllo
Ha scelto di raccontare la sua storia a BrindisiReport. E ha scritto alla procuratrice della Repubblica di Brindisi, Pina Montanaro. “Da vittima a inquirente. Anzi, da donna a donna”. Lei vive in un comune del Brindisino.
La sua vicenda comincia nel gennaio 2021, quando conosce un uomo. “Si presenta come una persona riservata, educata, che ha un buon posto di lavoro in un’azienda dello Stato. È separato in casa, mi dice. Intrecciamo una relazione. Poi, cominciano gli episodi”.
Lo schema è quello che accade spesso: “Fammi vedere il cellulare, con chi ti scrivi?”; “che stai facendo adesso? Sei davvero a casa?”; “confessa, hai una relazione con i miei colleghi”. Colleghi che lei manco conosce, che neanche sa come si chiamino. I tradimenti sono solo nella testa di lui.
La violenza, poi “la mia vita da nascosta”
Solito schema, sì, ma dall’esterno è facile riconoscere quei segnali. Quando ci si è dentro, no. Ci sono anche le richieste di denaro, lei gli presta soldi. I litigi, con lui – che abita a San Donaci – che si fa trovare nei pressi della casa della donna senza preavviso, o in altri luoghi.
“Oggi capisco che già allora mi manipolava, ne ho preso consapevolezza grazie al lavoro con la psicologa”. Inizia un lungo tira e molla, inizia la seconda parte dell’incubo. Maggio 2023: lei va a San Donaci, litigano, lui le alza lei mani, lei finisce in ospedale. La misura è colma.
Il giorno dopo sporge denuncia alla polizia di Stato. E poi comincia quella che lei chiama “la mia vita da nascosta”. Un Cav l’accoglie, la segue, la protegge. E le offre sostegno psicologico.
Comincia il processo, non finiscono gli atti persecutori
Deve andare in un casa-rifugio per donne vittime di violenza. Ci va, cambia vita, lascia il lavoro, si deve allontanare dalle sue due figlie, dalla nipotina appena nata. La rivedrà cresciuta di otto mesi, un’eternità. Non si fa sovrastare da quel male, comincia il lavoro psicologico.
E intanto i poliziotti fanno il loro lavoro, l’uomo, che oggi ha 59 anni, viene rinviato a giudizio. La donna è seguita dall’avvocato Rosanna Saracino. Comincia il processo, sì, ma non finiscono gli atti persecutori, non ci sono misure cautelari in atto.
Così la vittima sporge altre denunce. Intanto, i poliziotti conoscono la situazione e fanno quello che possono. Spesso anche di più, molto di più. La consigliano e la scortano.
Il “colpo di scena” durante il processo
Nel febbraio 2026 i due si incrociano, “per caso”. Sono entrambi in auto. Lui le rivolge un gesto: mano di taglio vicino alla gola. Il messaggio arriva chiaro e dà i brividi. Lei denuncia di nuovo. Non solo, all’indomani della sua testimonianza in aula, le arriva una lettera da lui, che la invita a non dire “falsità”.
Come se il referto del Pronto Soccorso non esistesse, come se lei non avesse anche registrato le conversazioni, dopo che aveva capito cosa stava succedendo. Dopo che ha appuntato i messaggi – poi cancellati da lui – conditi da insulti irripetibili.
E come se i poliziotti non avessero scoperto che lui applicava “quello schema” anche con altre donne contemporaneamente. Eppure, in tribunale, lei non può testimoniare, né raccontare davanti a un giudice la propria storia, portare le proprie prove. Perché cambia il capo d’imputazione – per la nuova denuncia – la difesa viene rimessa nei termini.
“Lui patteggia ed è libero, io vivo da reclusa”
Nel maggio 2026, F.G. patteggia la pena: un anno e sei mesi per lo stalking (c’era la recidiva specifica infra-quinquennale), pena sostituita con lavori di pubblica utilità. Il processo è terminato. Ora, la giustizia ha fatto il suo corso, i magistrati non hanno fatto altro che applicare quanto detta la legge.
“Però lui è libero, sono io quella che vive da reclusa, che vive con la paura di incontrarlo. L’ho scritto anche alla procuratrice: lui tuttora si apposta spesso sotto la mia abitazione, libero da divieti e misure cautelari di qualsiasi genere. Ecco, la legge basta davvero? O forse, in alcuni casi, servono misure anche dopo una sentenza”?, si chiede.
La sua domanda è legittima, lo dicono anche le addette ai lavori, chi lavora nei Cav. Andrebbe data una risposta. E andrebbe risposto a un’altra domanda: perché non si investe sul lavoro psicologico e culturale sugli uomini? Per prevenire. E per far sì che una donna non debba temere “che il mio nome venga, in un futuro prossimo, aggiunto alle liste delle morti per femminicidio”.
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