Fallacia del Cecchino Texano – Errori di Pensiero

Errori di Pensiero
di Ivo Nardi – indice articoli
Giugno 2026
Un cowboy texano spara a caso contro il fianco di un fienile. Poi, a colpi già esplosi, si avvicina, trova il gruppo di fori più vicino, ci disegna intorno un bersaglio e dichiara trionfante: “Guardate che mira!”
Questa immagine, volutamente grottesca, dà il nome a uno degli errori di pensiero più subdoli che esistano: la fallacia del cecchino texano. L’errore consiste nel selezionare i dati dopo aver visto i risultati, costruendo un’interpretazione su misura che sembra straordinariamente precisa, ma che in realtà non dimostra nulla.
In altre parole: prima si spara, poi si disegna il bersaglio. Prima si raccolgono i dati, poi si sceglie quali considerare. E quei dati scelti “a posteriori” sembrano confermare esattamente quello che volevamo dimostrare.
Il meccanismo è semplice ma potente. Il nostro cervello è una macchina straordinaria nel trovare schemi e connessioni. È una capacità che ci ha aiutato a sopravvivere per millenni: riconoscere il pericolo tra le foglie, prevedere il comportamento degli animali, trovare il cibo dove lo avevamo già trovato prima. Questa abilità però ha un lato oscuro: tendiamo a trovare schemi anche dove non esistono.
Quando ci troviamo davanti a una grande quantità di dati casuali, il nostro cervello non li vede come rumore caotico. Li scandaglia instancabilmente finché non trova qualcosa che assomiglia a un ordine. E quando lo trova, lo isola, lo incornicia e lo presenta come una scoperta significativa, dimenticando tutto il resto dei dati che non si adattavano al pattern.
Questo processo avviene spesso in modo involontario, senza alcuna intenzione di ingannare. Il cecchino texano, molte volte, non sa nemmeno di stare disegnando il bersaglio dopo aver sparato.
Proviamo a vedere quanto questa fallacia sia presente nella nostra vita quotidiana.
- Un oroscopo settimanale dice: “Potrebbero esserci tensioni nei rapporti interpersonali” oppure “Una novità potrebbe sorprenderti”. Frasi così ampie si adattano a qualsiasi settimana della vita di chiunque. Chi ci crede ricorderà il momento in cui litigò con un collega o arrivò una notizia inattesa, e penserà: “Aveva ragione.” Le decine di previsioni che non si sono avverate semplicemente non vengono conteggiate.
- “Pensavo proprio a te e hai chiamato!” Sembra incredibile, vero? Ma quante volte hai pensato a quella persona senza che chiamasse? E quante volte ha chiamato senza che tu ci stessi pensando? Registriamo la coincidenza sorprendente, dimentichiamo sistematicamente le non-coincidenze.
- “Il sette mi porta fortuna: ho trovato lavoro di settembre, mia figlia è nata il 7, ho vinto una volta al gratta e vinci con un biglietto che finiva per 7.” Chi è convinto di avere un numero fortunato costruisce inconsciamente un archivio selettivo di coincidenze favorevoli, lasciando fuori tutto il resto della propria biografia.
Alla radice di questa fallacia c’è un fenomeno ben documentato dalla psicologia cognitiva: il bias di conferma. Tendiamo a cercare, ricordare e valorizzare le informazioni che confermano ciò che già crediamo, e a ignorare o sminuire quelle che lo contraddicono.
Quando osserviamo i dati con una tesi in mente, il nostro sguardo diventa selettivo senza che ce ne accorgiamo.
Fin qui potrebbe sembrare un errore tutto sommato innocuo. Ma le sue implicazioni possono essere molto concrete.
Nella politica e nel giornalismo, la fallacia del cecchino texano è onnipresente. Si selezionano le statistiche favorevoli, si ignorano quelle contrarie. Un politico può dimostrare che le sue politiche hanno funzionato semplicemente scegliendo il periodo temporale e gli indicatori giusti. Un giornalista può costruire una narrativa convincente su qualsiasi tesi raccogliendo solo i dati che la supportano.
Nelle teorie del complotto, questa fallacia è il motore principale. Si raccolgono eventi disparati, coincidenze, connessioni vaghe; si scartano tutte le spiegazioni banali; si disegna un bersaglio intorno ai punti rimasti e si dichiara: “Non può essere un caso.” Ma il fatto che qualcosa sembri improbabile non significa che sia stato orchestrato: significa soltanto che il nostro cervello non è bravo a valutare la probabilità delle coincidenze in sistemi complessi.
Nella vita personale, questa trappola può alimentare credenze irrazionali che guidano scelte importanti. Chi crede che certe persone gli portino sfortuna troverà sempre conferme, perché selezionerà inconsciamente i ricordi che le supportano.
Riconoscere la fallacia del cecchino texano è già un grande passo. Ma possiamo fare di più.
La domanda più utile da porsi di fronte a qualsiasi affermazione che sembri fondata su dati o evidenze è: “Questi dati sono stati selezionati prima o dopo aver formulato la conclusione?” Se la risposta è “dopo”, è necessaria molta cautela.
Un altro strumento prezioso è chiedersi: “Quali sono i dati che non vedo?” Ogni volta che qualcuno presenta una serie di prove a sostegno di una tesi, è fondamentale chiedersi quante prove contrarie siano state escluse, dimenticate o non cercate.
È utile anche abituarsi a pensare in termini di frequenza assoluta, non solo di casi singoli. Le coincidenze sembrano straordinarie quando le vediamo isolate, ma diventano banali quando le inseriamo nel contesto di quante opportunità aveva quella coincidenza di verificarsi.
Ricordiamo un principio fondamentale del pensiero critico: le ipotesi si formulano prima di raccogliere i dati, non dopo. E vanno poi messe alla prova cercando attivamente di falsificarle, non di confermarle.
Vale la pena ribadirlo: la fallacia del cecchino texano non è necessariamente una menzogna consapevole. Molto spesso chi la commette è in perfetta buona fede. È l’architettura stessa del nostro cervello che ci porta a disegnare bersagli dopo aver sparato, a trovare ordine nel caos, a vedere schemi significativi dove esistono solo distribuzioni casuali.
Questo la rende, in un certo senso, ancora più insidiosa. Possiamo guardarci da chi mente deliberatamente. È molto più difficile guardarsi dai meccanismi automatici del proprio stesso pensiero.
Prenderne consapevolezza non significa smettere di cercare connessioni e significati, sarebbe impossibile, oltre che impoverente. Significa imparare a distinguere le connessioni che trovavamo già prima di guardare da quelle che abbiamo costruito guardando. Significa, in definitiva, avere un po’ più di onestà intellettuale con noi stessi.
Il cecchino texano sparava a caso e si vantava della mira. Noi possiamo fare meglio: sparare con un obiettivo dichiarato, e poi andare a vedere onestamente dove sono finiti i colpi.
Source link




