Primavera Sound – Giorno 3 @ Parc del Fòrum (Barcellona, 06/06/2026)

Il bello dei festival, specie del Primavera Sound, è che puoi provare a programmare gli artisti che vuoi vedere quanto vuoi, puoi organizzarti al millisecondo, ma ci sarà sempre qualcosa che deciderà al posto tuo. Può essere il voler ascoltare una canzone specifica prevista in scaletta, lo scoprire un artista meraviglioso e fermarsi ad ascoltarlo solo perché si passava di lì per caso. Poi, però, ci sono loro, le sorprese all’ultimo minuto. Lo sa bene la terza giornata del Primavera Sound 2026, che di sorprese ne ha preparate non poche, ma arriviamoci con ordine.
Come prima cosa decidiamo di lasciarci incantare dai losangelini The Sophs, che dal vivo risultano ancora più convincenti del disco d’esordio “GOLDSTAR” (per quanto sia ottimo). Energia da vendere, si divertono a non finire, saltano e corrono da una parte all’altra come se questa fosse l’ultima volta che suonano insieme. Avevamo già intuito dalla nostra intervista che fossero pazzerelli, ma vederli in azione è tutta un’altra cosa.
È poi la volta di Gelli Haha (all’anagrafe Angel Abaya), cantante americana dall’estetica un po’ clownesca e un po’ anni Sessanta. Con la sua miscela di disco music, i synth giusti, ballerine colorate e delfini gonfiabili lanciati sulla folla, il suo si dimostra da subito uno spettacolo incredibilmente divertente. Pop astratto e surrealismo insieme, con basi che farebbero ballare chiunque. Tutto bellissimo.

Ci spostiamo poi dai Big Thief, che, guidati dalla solita ed empatica dolcezza di Adrianne Lenker, portano in scena un set emotivamente intenso, ruvido in certi passaggi e profondamente commovente in altri, confermandosi una delle migliori live band in circolazione. Se contiamo che poi il sole stava per tramontare, capirete perché sia stato un momento unico nel suo genere; certo, la sottoscritta sarebbe stata curiosa di ascoltarli in un palco più intimo (nonché di ascoltare qualche canzone solista della Lenker), ma non ci lamentiamo troppo.
Passiamo anche per il set di Little Simz, che si conferma semplicemente una forza della natura. Con un flow impeccabile, un’attitudine fiera (quella di chi non dimentica mai da dove arriva, semplicemente sa cosa vuole e se lo prende) e una band formidabile ad accompagnarla, ha dominato il palco senza bisogno di troppi fronzoli scenografici. Spiace solo che il pubblico non sembrasse carico al 100% per lei (probabilmente perché in attesa degli artisti successivi); un vero peccato, perché si tratta davvero di un’artista unica nel suo genere.
Le aspettative erano altissime per i My Bloody Valentine. Chi conosce la band di Kevin Shields sa che i loro live sono storicamente noti per i volumi pazzi e per quel muro di suono annichilente che ti fa letteralmente vibrare la cassa toracica (non a caso, ai loro concerti capita che vengano distribuiti tappi per le orecchie). Eppure, questa volta, sono stati meno sporchi, meno violenti, meno viscerali; l’esecuzione è stata impeccabile e ipnotica, con i classici intrecci chitarristici sognanti, ma è mancato forse quel proverbiale impatto sonoro estremo (anche il mixaggio, a dirla tutta, avrebbe potuto essere gestito meglio).
Di qui la prima, grande sorpresa della serata: un set annunciato all’ultimo di Olivia Rodrigo. Oltre ai suoi singoli più acclamati, la popstar presenta in anteprima un nuovo singolo, “What’s Wrong With Me” dal terzo album in uscita, “you look so sad for a girl so in love”. Si tratta del primo featuring della sua carriera, in duetto con nientepopodimeno che Robert Smith, che ovviamente invita sul palco. Sì, avete letto bene, proprio lui. Grande, grandissimo momento per chi stava aveva ancora nel cuore il concerto dei The Cure della sera prima.

Riprendiamo fiato (o quasi lo perdiamo, nel pogo) con le Lambrini Girls: scatenate e punk fino al midollo, ma allo stesso tempo tenerissime nel loro modo di interagire con il pubblico (specie se queer). Hanno messo a ferro e fuoco il palco, ribadendo tra un urlo e l’altro la necessità e l’importanza di fare musica che sia apertamente politica. Da vedere assolutamente almeno una volta nella vita.
Torniamo sui palchi principali, dove ci attende la storica reunion dei The XX. Il set inizia con la loro celebre intimità notturna, con brani indimenticabili come “Angels” e “Sunset”, ma ben presto i beat prendono il controllo, trasformando i loro classici malinconici in versioni da club, con bassi così profondi e pulsanti da poterli sentire nei polmoni. Un crescendo di emozioni, tra momenti elettronici e i delicati, intimi intrecci vocali di Romy e Oliver; un rave tra amici di una vita, praticamente, che allo stesso tempo suona come un abbraccio atteso da fin troppo tempo. Chiude il set una magnifica “Intro”, che dà un senso di chiusura del cerchio di cui nessuno dei presenti sapeva neanche di aver bisogno (e invece era tremendamente necessaria).
E mentre giriamo da un palco all’altro, scopriamo che la serata dei ritorni e dei colpi di scena non è ancora finita. Assistiamo all’esplosivo set dei Gorillaz, introdotti sul palco da Aarab Barghouti, attivista palestinese e figlio del leader politico Marwan Barghouti. Sotto la solita, geniale regia di Damon Albarn, i Gorillaz mettono in piedi uno spettacolo completo, unendo in modo impeccabile la musica dal vivo (tra cui pezzoni come “The Happy Dictator” e “Stylo”) con i visual dei personaggi animati ormai conosciuti in tutto il mondo. Tantissimi gli ospiti sul palco, tra cui Kara Jackson e Bootie Brown, ma a far crollare il pubblico in un tripudio di pura adrenalina è la ricomparsa improvvisa di Little Simz per una scatenata “Garage Palace”.
C’è stato spazio anche per i Knocked Loose, che hanno portato la loro consueta e devastante dose di hardcore, creando mosh pit scatenati e scaricando sul pubblico un’energia brutale. Incredibile ci fosse qualcuno capace di muoversi così tanto alle 2 di notte, dopo tre giorni di festival; ma è anche questa la magia della band, no?
Questa folle maratona non poteva che chiudersi in trionfo con i Kneecap. Il trio hip hop irlandese parte a bomba, irriverente e provocatorio come sempre, e per non farsi mancare nulla porta sul palco Grian Chatten dei Fontaines D.C. per cantare insieme “Better Way To Live”, oltre all’artista palestinese Fawzi per il brano “Palestine”. Immancabile “Get Your Brits Out”, una scelta decisamente ironica vista la vasta presenza di spettatori inglesi tra la folla, ma i Kneecap sono anche questo. Una chiusura col botto, senza peli sulla lingua e senza paura di schierarsi (con tanto di sostegno esplicito all’indipendenza per la Catalogna). I classici Kneecap, insomma.
Potrà piovere, potranno esserci cambi di programma, potrebbe succedere di tutto; eppure, sta di fatto che il Primavera Sound riesce sempre a ricordarci, in un modo o nell’altro, perché centinaia di migliaia di persone (quasi 300.000 quest’anno) continuano a tornare ogni anno, più entusiasta dell’anno prima (anche se, va detto, un rimborso simbolico per chi aveva l’abbonamento per tutto il weekend sarebbe stato carino, visti i disagi del giovedì…)
Alla prossima, dal 3 al 5 giugno 2027, con il 25° anniversario del festival!
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