il sabotatore invisibile della leadership
“Come lo faccio io/Se non lo faccio io, non lo fa nessuno.” Ho ascoltato queste due frasi più volte, in contesti diversi, da manager di settori e seniority differenti. A volte pronunciate con orgoglio, altre con una punta di stanchezza, più spesso con inconsapevolezza o con un tono di confidenza. Dietro queste parole si può nascondere una delle trappole più sofisticate e meno riconosciute della leadership: la vanità.
Attenzione, non parliamo della vanità superficiale, quella legata all’immagine o al bisogno di visibilità. Parliamo di una forma più sottile e per questo più pericolosa: la convinzione di essere indispensabili.
La vanità manageriale si traveste da senso di responsabilità, da dedizione, da standard elevati. Si presenta con argomentazioni apparentemente inattaccabili: “Tengo io il cliente perché lo conosco meglio”, “Rivedo io il lavoro del team per sicurezza”, “Partecipo a tutte le riunioni perché è importante esserci”. Tutto corretto. Tutto plausibile. Eppure, spesso, tutto disfunzionale.
Come le credenze limitanti di cui ho scritto in passato, anche questa dinamica agisce come un sabotatore interno elegante, difficile da smascherare perché perfettamente integrato nel nostro sistema di valori.
Ma cosa succede quando un leader cade in questa trappola? Succede che il perimetro del suo intervento si espande progressivamente, fino a saturare spazio, tempo ed energia. Succede che il team si contrae, si abitua, delega verso l’alto. Succede che l’organizzazione perde ridondanza cognitiva, autonomia, capacità di apprendimento. In altre parole, mentre il manager si sente sempre più centrale, il sistema diventa sempre più fragile. I collaboratori diventano follower e non potenziali nuovi leader.
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