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L’orgoglio ucraino di Kostyuk. Bolelli-Vavassori e lo spirito di squadra italico

Spigolature roland-garrosiane. Sono le 9 quando, appena sveglio (Matteo Arnaldi aveva felicemente tenuto in piedi noi cronisti fino alle 3 di notte), apro il mio sito di riferimento, che ovviamente è Repubblica, e leggo questo titolo: “Massiccio attacco russo contro l’Ucraina, almeno 18 i morti tra cui un bambino. Evacuati villaggi nella regione di Kharkiv”. Così, cinque ore più tardi mi emoziono quando sento Marta Kostyuk, che ha appena eliminato la connazionale Elina Svitolina, pronunciare in campo parole rotte dal pianto ma nettissime: “Abbiamo avuto una notte difficile a Kyiv, tantissimi i morti. Quindi dedico questo match al popolo ucraino e alla sua resilienza. Slava Ukraini”. Applaude il popolo del Philippe-Chatrier.

L'abbraccio a fine match tra Kostyuk e Svitolina

L’abbraccio a fine match tra Kostyuk e Svitolina (reuters)

Mi sarebbe piaciuto vedere la smorfia sul viso di Vladimir Putin, se mai qualcuno gli ha mostrato il video con l’orgoglio ostentato da Marta e le centinaia di bandiere gialle e azzurre che coprivano le tribune del centrale del Roland Garros. E farebbe una gran figura la russa Mirra Andreeva se pronunciasse otto parole, “sono vicina a Marta e alla sua gente”, prima di affrontarla giovedì, in semifinale.

Kostyuk, 24 anni a fine mese, ha interrotto la serie positiva di dieci match sulla terra rossa di Svitolina, 31 anni, trionfatrice su Coco Gauff un paio di settimane fa a Roma. Dopo essersi presa con autorevolezza il primo set e ceduto il secondo per colpa di qualche pecca di troppo al servizio, la quindicesima testa di serie del torneo ha visto volar via, tra break e controbreak, i primi cinque game del terzo parziale. Poi, tenuto il suo turno di battuta sul 3-2, Kostyuk si è toccata la tempia con l’indice, ha incassato tredici degli ultimi quattordici punti e allungato fino al traguardo del 6-3 2-6 6-2, raggiunto in un’ora e 49 minuti.

Nel primo pomeriggio nel bar riservato alla stampa internazionale sento un collega che dice: “Oggi liberi tutti, non ci sono italiani da seguire”. Non replico ma mi chiedo: Bolelli e Vavassori hanno forse cambiato nazionalità? Poco dopo, mentre il tetto trasparente del Suzanne-Lenglen viene colpito da un fortunale di quelli che flagellano l’isola di Ouessant, sono lì a seguire un altro episodio della saga della coppia bolognese-torinese, che sa come s’intrattiene il pubblico: tenendo alta la tensione. I loro avversari per l’accesso alla semifinale sono un ceco potentissimo, Petr Nouza, classe 1998, e un austriaco veloce e intelligente, Neil Oberleitner, 1999. Un duo sconosciuto ai più ma noto a Vavassori, che ce ne ha parlato l’altro ieri: “Temo Nouza, che ha un servizio devastante”.

Bolelli e Vavassori

Bolelli e Vavassori 

Il match è appassionante in quanto assai equilibrato. La strategia messa a punto da Andrea e Simone – alzare pallonetti per contenere le bordate di Petr, accettare gli scambi in difesa puntando sul proprio minore tasso di errore – funziona a tratti nel primo set, che perdono al tie break, e produce ottimi risultati nel secondo. Senza colpi di scena il parziale decisivo, che ha dunque bisogno del super tie-break, durante il quale i nostri eroi annullano i due match point degli avversari e non riescono a difenderne altrettanti: il passaggio del turno arriva con il 14-12, il punteggio è 6-7 6-1 7-6.

Più tardi Vavassori rivelerà un particolare da ricordare in futuro: “Quando abbiamo ceduto il primo set al tie break, ho pensato: se usciamo di scena oggi proprio mentre Cobolli, Berrettini e Arnaldi (per la precisione li chiama “Cobo”, “Berretta” e “Arna” ndr) combattono come leoni, cosa penseranno di noi a casa? Insomma, i tre ragazzi in quel momento ci hanno aiutato a non avere cedimenti”. Lo spirito di squadra funziona anche a distanza, pare. La conferma l’avremo già domani, non tanto per Berrettini vs. Arnaldi (in sessione serale) ma a metà pomeriggio per Cobolli vs. Auger-Aliassime


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