Cultura

Infiniti Mondi. Viaggio nella poetica di Fabrizio De Andrè – Palazzo Fruscione, Salerno

Foto locandina: ©Guido Harari, Fabrizio De André, Genova, 1991

De André è stato la voce degli ultimi, dei diseredati, dei dimenticati dalla Storia e da quella buona società, opulenta e conformista, che, troppo spesso, distribuisce giudizi con la stessa leggerezza con cui nega comprensione. La sua musica non abitava i salotti del potere, ma le celle delle carceri, i corridoi dei manicomi, i campi di battaglia e i campi rom; attraversava tutte le periferie del mondo, prima ancora che geografiche o urbane, perché le vere periferie sono quasi sempre morali, emotive, esistenziali.

Eppure, i suoi personaggi non sono mai stati soltanto “gli altri”. Non appartengono a una categoria distante da osservare con curiosità o compassione. Siamo noi. Sono le nostre paure più irrazionali, le nostre dipendenze tossiche, le nostre solitudini, quelle che nessuno vede, le colpe che non confessiamo, gli impulsi di violenza e prepotenza che fingiamo di non possedere. Ma sono anche gli incontri inattesi che illuminano il cammino, le mani tese nel momento del bisogno, quelle rare epifanie che riescono a salvarci, anche solo per un istante, dalla più antica e inesorabile delle condanne: quella di sentirci, irrimediabilmente, soli.

Nei suoi reietti, nei ladri, nei suicidi, nelle prostitute, nei soldati, negli zingari, nei folli e nei vinti, nei tanti sconfitti della storia, della memoria e della società capitalista occidentale, De André non ha mai cercato il folklore rassicurante e commerciabile della marginalità. Non ha mai trasformato il dolore in spettacolo, né la povertà in estetica. Al contrario, ha inseguito una verità più profonda e più scomoda: quando l’essere umano viene spogliato delle sue maschere, dei suoi ruoli sociali e delle sue illusioni di grandezza, quando resta nudo davanti alla paura, al desiderio, alla sofferenza e al bisogno d’amore, si rivela per ciò che realmente è. Una creatura fragile, impotente, vulnerabile. Per questo, nelle sue canzoni, la salvezza non arriva mai da Dio, dal potere politico, dalla ricchezza economica, dalla celebrità mediatica o dalla forza militare. Arriva dagli altri. Dal passaggio, necessario e rivoluzionario, dall’io al noi. Dalla scoperta che nessuna esistenza può trovare compimento nell’isolamento e che la dignità umana nasce soltanto nel riconoscimento reciproco.

La mostra “Infiniti Mondi. Viaggio nella Poetica di Fabrizio De Andrè“, ospitata al Palazzo Fruscione di Salerno, non ha raccontato soltanto Faber, la sua musica, il suo volto, la sua umanità e i suoi rapporti più intimi. Ha raccontato, soprattutto, i mondi che hanno alimentato la sua immaginazione e la sua poetica. Attraverso fotografie, testimonianze e suggestioni visive, il visitatore si ritrova immerso in quell’universo umano che De André ha cantato per tutta la vita. Ci sono la guerra osservata dagli occhi delle famiglie palestinesi di Gaza, sguardi che custodiscono il dolore di una terra senza pace. C’è la solitudine di una piccola profuga siriana, simbolo di tutte le infanzie costrette a crescere troppo in fretta. C’è la lunga e faticosa marcia dei migranti lungo la rotta balcanica, fatta di confini, attese, diffidenza, ostilità e speranze sospese. Ci sono le carceri italiane, luoghi in cui il tempo sembra consumare, lentamente, i corpi e le coscienze. Ci sono i campi rom, le periferie dimenticate, gli esclusi che continuano a vivere ai margini di una società che preferisce non guardarli e fingere di dimenticarli.

E ancora, ci sono le guerre di ogni tempo, le rivolte che attraversarono le generazioni degli anni Sessanta e Settanta e che, oggi, sembrano essere state addomesticate, svuotate e, infine, mercificate dal consumismo globale. Ci sono gli antichi riti sospesi tra sacro e magia, che ancora sopravvivono nelle nostre tradizioni popolari. Ci sono i vicoli stretti delle città e dei piccoli paesi, luoghi dove vite diverse si sfiorano ogni giorno e dove uomini e donne continuano a cercare un equilibrio difficile tra sopravvivenza e libertà, tra necessità e desiderio. Camminando tra le immagini della mostra si comprende che De André non appartiene al passato. Le sue canzoni continuano a parlarci perché continuano a esistere gli esclusi, i migranti, i poveri, i prigionieri, i vinti e gli emarginati. Ma, soprattutto, perché continuano a esistere dentro ciascuno di noi le stesse fragilità, gli stessi bisogni e la stessa fame di riconoscimento che abitavano i suoi personaggi.

Forse è proprio questa la grandezza della sua opera: averci insegnato che la vera distanza non separa i normali dagli ultimi, ma gli indifferenti dagli esseri umani. E che ogni volta che scegliamo di guardare il mondo dagli occhi degli esclusi, smettiamo, per un momento, di essere spettatori e torniamo a essere parte della stessa, fragile e meravigliosa comunità umana. In fondo, la lezione di De André sembra incontrare quella di Pier Paolo Pasolini in un punto preciso: la difesa ostinata delle differenze umane contro ogni forma di omologazione. Entrambi hanno scelto di abitare i margini, non per trasformarli in un mito romantico, ma perché avevano compreso che proprio lì, lontano dai centri del potere economico, culturale e mediatico, sopravviveva una verità che la società dei consumi stava cancellando.

Pasolini vedeva nel nuovo consumismo una forza capace di uniformare desideri, linguaggi e coscienze, trasformando gli individui in consumatori e le culture popolari in merci. De André, con la delicatezza della poesia e la forza della musica, ha raccontato lo stesso processo attraverso i volti e le storie degli ultimi, di coloro che continuavano a resistere all’appiattimento generale semplicemente conservando la propria umanità. Guardando le fotografie della mostra, si ha la sensazione che entrambi continuino a parlarci da un tempo che non è mai davvero passato: il mondo ha cambiato linguaggio e strumenti, ma non le proprie ingiustizie, quelle da cui preferiamo, spesso, distogliere lo sguardo. Ma una società che smette di ascoltare gli ultimi non perde soltanto il senso della giustizia, ma perde anche la capacità di conoscere sé stessa. Perché, come nelle canzoni di Faber o nelle pagine di Pasolini, il destino degli esclusi non parla mai soltanto di loro. Parla sempre di tutti noi.

Michele Sanseverino
Michele Sanseverino
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