Iran, il racconto dell’ex prigioniera politica Shabnam Madadzadeh, rinchiusa nel carcere di Evin: «La luce restava accesa giorno e notte, tutto era studiato per distruggerti psicologicamente»
Mentre la nuova escalation militare con gli Stati Uniti ha riportato l’Iran al centro delle tensioni internazionali, dentro i confini iraniani perdura un’altra crisi profonda, che rischia, ora, di passare in secondo piano. Da anni, le organizzazioni per i diritti umani denunciano un sistema di repressione interna fatto di arresti arbitrari, isolamento, processi opachi e violazioni sistematiche dei diritti nei confronti di attivisti, oppositori politici e manifestanti. Una dinamica che continua a produrre nuove ondate di detenzione e controllo.
Ne abbiamo parlato con Shabnam Madadzadeh, ex prigioniera politica iraniana e attivista per i diritti umani. Arrestata nel 2009 a soli 21 anni per il suo impegno nel movimento studentesco, ha trascorso cinque anni nelle carceri di Evin, Gohardasht e Qarchak, subendo anche tre mesi di isolamento nella famigerata Sezione 209 di Evin. Durante la detenzione ha assistito a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui l’esecuzione della compagna di cella Shirin Alam-Holi, mentre il fratello e la sorella, membri della Resistenza iraniana, sono stati uccisi mentre lei era ancora in carcere. Dopo la scarcerazione ha dedicato la propria attività alla documentazione delle violazioni dei diritti umani in Iran, collaborando con l’Onu e raccogliendo testimonianze sulle vittime della repressione.
Cosa ricorda del momento del suo arresto nel 2009?
«All’epoca avevo 21 anni ed ero una studentessa del terzo anno di Informatica all’Università Kharazmi. Ero anche una delle leader del movimento studentesco. Ricordo che stavo andando dall’università a un incontro con studenti provenienti da diversi atenei di Teheran, quando alcuni agenti in borghese fermarono il taxi sul quale viaggiavo. Costrinsero con violenza tutti i passeggeri a scendere dal veicolo e si presentarono come appartenenti alla polizia morale. Mi rifiutai di salire sulla loro auto, ma mi trascinarono con la forza all’interno e mi aggredirono fisicamente. In un primo momento mi portarono in una stazione di polizia locale a Karaj. Dopo aver arrestato anche mio fratello, ci fecero salire in macchina e ci trasferirono nel carcere di Evin. Non mostrarono mai alcun documento di riconoscimento né si identificarono correttamente. Più che un arresto, sembrò un rapimento».
Com’è stata l’esperienza dei primi mesi in isolamento?
«Ho trascorso circa tre mesi in isolamento. La cella era molto piccola, all’incirca 1,8 metri per 2,8. In alto sulla parete era installata una piccola lampadina che rimaneva accesa ininterrottamente, rendendo impossibile distinguere il giorno dalla notte. Mi portarono via tutto ciò che mi apparteneva: tutti gli effetti personali, persino i vestiti e l’orologio, in modo che perdessi qualsiasi percezione del tempo. Anche questo è una forma di tortura psicologica, studiata per spingere i detenuti verso il collasso mentale. Nella cella c’erano soltanto un sottile tappeto e tre coperte, che dovevo utilizzare come materasso, cuscino e copertura. Ero completamente isolata dal mondo esterno. Era come essere sepolta viva, come trovarsi in una tomba. Non avevo alcun contatto con nessuno. Sentivo le urla e i rumori delle torture inflitte ad altri prigionieri e spesso immaginavo che anche amici, parenti o persone che conoscevo fossero stati arrestati. Non mi era consentito avere libri, penne o qualsiasi altra cosa che potesse tenere occupata la mente. Cercavo di sopravvivere organizzando mentalmente le giornate e dividendo il tempo in diverse attività: ripassavo le lezioni universitarie, ricordavo canzoni e poesie che avevo imparato a memoria, facevo esercizio fisico, pulivo la cella e cercavo in ogni modo di liberare la mente dalla prigionia di quelle mura. Era estremamente difficile, perché il livello di stress era schiacciante. Lunghi interrogatori, pressioni incessanti e tentativi di estorcere false confessioni: tutto era studiato per distruggerti psicologicamente».
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