Liguria

Villetta Di Negro, turisti e genovesi tornano nel parco dopo l’omicidio: “Uno choc”

Genova. Alle 10 di un giorno prefestivo Villetta Di Negro ha pochi ospiti: qualche turista con lo smartphone in mano che immortala la cascata e il gazebo orientale, una coppia che porta a passeggio il cane, un jogger. Il nastro che chiudeva gli ingressi non c’è più, nessuna traccia di violenza.

Uno scenario molto simile a quello della mattina di sabato 31 maggio, quando tra i viali dello storico parco che affaccia su piazza Corvetto è stato ucciso Pietro Alberto Paolo Signor, 49 anni. Ad accanirsi su di lui con un coccio di bottiglia è stato Cisse Camara, cittadino senegalese di 42 anni, che dopo averlo colpito a morte lo ha legato con corde di fortuna e indumenti e ha iniziato a trascinarlo verso gli ingressi.

L’orrore che si è consumato sotto il sole torrido dell’ultimo sabato di maggio ha scioccato la città e i frequentatori del parco. Villetta Dinegro, oltre a offrire ombra e refrigerio, è anche la sede del Museo d’Arte Orientale Chiossone, ospitato nell’edificio dall’architettura razionalista progettato nel 1953 da Mario Labò. Un gioiello che resta sconosciuto a chi visita Genova per pochi giorni e, al tempo stesso, uno dei meglio custoditi. Eppure nel parco urbano di due ettari costruito dal marchese Gian Carlo Di Negro nel 1802 ci sono stati in passato episodi allarmanti.

Qualche anno fa al suo interno si davano spesso appuntamento sia gli spacciatori, che sfruttavano gli anfratti delle grotte per nascondere le dosi, sia i clienti, che poi restavano all’interno per consumare la droga. Tra il 2016 e il 2018 le forze dell’ordine vi avevano arrestato diversi pusher e il parco era stato al centro di una serie di controlli mirati. I pusher, le siringhe usate e i pezzetti di alluminio, se non spariti, erano comunque diminuiti.

Una decina d’anni dopo gli “ospiti” più regolari sono clochard e persone in difficoltà che hanno allestito rifugi di fortuna nei pressi del museo o nella grotta dietro la cascata: passeggiando si notano cartoni ben ripiegati appoggiati al muro per evitare che si bagnino, fagotti con indumenti o coperte, resti di viveri.

“Questo è uno dei miei posti preferiti, ci vengo spesso – dice un ragazzo che si gode il panorama sulla città –. Sino a qualche anno fa c’erano effettivamente dei problemi, ma negli ultimi tempi non se ne sono più verificati. Io mi ci sento assolutamente sicuro”.

In effetti, al di là dei contenitori per i rifiuti strapieni, i sentieri appaiono ben tenuti e la vegetazione sotto controllo. L’illuminazione è scarsa, è vero, ma è altrettanto vero che il parco di sera e di notte è chiuso al pubblico e ci sono le telecamere (alcune hanno ripreso anche l’omicidio). La chiusura è però un ostacolo facile da superare per chi vuole trascorrervi la notte: basta scavalcare la cancellata o restare all’interno all’orario di chiusura nascondendosi negli anfratti.

Diverse persone hanno segnalato la presenza di topi, non così strana in una zona ricca di vegetazione e di cibo a disposizione, ammucchiato nei già citati bidoni. Di episodi di violenza e degrado negli ultimi tempi non se ne sono verificati. Quanto accaduto sabato è però finito immediatamente al centro della bagarre politica, con accuse alla sindaca Silvia Salis di trascurare la sicurezza cittadina e la richiesta di dimissioni per l’assessora incaricata, Arianna Viscogliosi.

“La sicurezza degli spazi pubblici resta una priorità dell’amministrazione, ma insieme alla presenza e al presidio del territorio serve un impegno sempre più forte per intercettare il disagio, la solitudine e l’esclusione sociale. Genova non può e non deve voltarsi dall’altra parte”, ha detto Salis. L’assessore alla Cultura, Giacomo Montanari, ha voluto puntare i fari sulle mostre e le iniziative organizzate al Museo Chiossone, tra cui l’ultima, ‘Bagliori d’Oriente in Van Gogh’.

“Io credo che sia giusto rispondere facendo cultura. Senza abbandonare i presìdi, ma rafforzandoli. Senza allontanare le persone, ma accogliendole. Senza farci vincere dalla paura, ma guardando in faccia i problemi – ha scritto – Senza pensare che le soluzioni siano solo responsabilità d’altri, ma facendo del nostro meglio per cambiare il nostro metro quadrato di società. E non vuol dire che le cose terribili che viviamo facciano meno male o non suscitino ancor più stupore, fatica e dolore. Grazie a tutti gli operatori culturali della città, che tengono vivi e animano gli spazi museali e non solo, accendendo luci dove – a volte – ogni altra luce si spegne”.




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