Società

Dove il tempo pieno non arriva e la mensa è un lusso: la geografia delle opportunità scolastiche nelle periferie. Come il quartiere decide il futuro di un ragazzo

A Venezia, se vivi in una delle quattro Aree di disagio socioeconomico urbano individuate dall’Istat, hai quasi tre volte più probabilità di abbandonare la scuola o ripetere l’anno rispetto a un coetaneo che abita altrove nel capoluogo veneto: 21,7% contro 7,9%.

A Bologna, nelle zone più fragili, il rischio di arrivare in terza media senza competenze adeguate sfiora un ragazzo su quattro (23,1%), mentre nella media cittadina si ferma al 6%. E a Catania, tra i quindicenni e ventinovenni delle periferie più difficili, oltre la metà – il 57% – non studia e non lavora.

Sono solo alcuni dei numeri che emergono dal rapporto pubblicato da Save The Children, l’organizzazione dedicata alla tutela dei minori, che per la prima volta incrocia i dati Istat sulle Adu – veri e propri arcipelaghi di povertà urbana disseminati nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane – con gli indicatori scolastici del Ministero dell’Istruzione. Il risultato è una fotografia impietosa di un Paese a due velocità, dove il codice di avviamento postale continua a pesare più delle inclinazioni personali.

Numeri da non ignorare

Complessivamente, nei grandi centri urbani italiani vivono nelle Adu circa 142mila tra bambine, bambini e adolescenti: uno su dieci tra quanti risiedono nei capoluoghi metropolitani. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo accolgono da sole quasi tre quarti di questi minori. Ma la concentrazione non racconta tutta la storia: nelle periferie fragili del Mezzogiorno, la povertà relativa delle famiglie supera spesso il 60% (a Catania tocca il 68,1%, a Palermo il 63,8%), mentre in diversi capoluoghi del Centro-Nord il divario educativo tra quartieri si fa più stridente.

L’elaborazione di Save the Children fotografa un fenomeno che attraversa la penisola senza soluzione di continuità. Nelle aree svantaggiate, il 15,4% degli studenti della secondaria di primo e secondo grado ha già alle spalle un abbandono o una ripetenza: più del doppio rispetto alla media complessiva dei comuni capoluogo (7,6%). E quando si parla di “dispersione implicita” – cioè i ragazzi che finiscono le medie senza gli strumenti minimi per affrontare il biennio successivo – il divario si allarga ulteriormente: 20,8% nelle scuole collocate dentro o vicino alle Adu, contro l’11% della media metropolitana.

Venezia, Bologna e Milano: i divari più stridenti

Tra i capoluoghi, Venezia conquista un primato amaro: il differenziale sull’abbandono scolastico tra aree fragili e resto della città è il più elevato tra tutti quelli rilevati. Con appena il 2,7% dei minori residenti che vive in zone di disagio, la città lagunare mostra una forbice che supera i 13 punti percentuali. Seguono Napoli (18,1% contro 9,8%), Cagliari (18,9% contro 9,7%) e Bari (14,2% contro 5,8%).

Ma è Bologna a fare registrare il dato più allarmante sulla dispersione implicita: nelle classi terze delle medie situate nelle Adu o nelle loro vicinanze, il 23,1% degli studenti è a rischio di uscire dal primo ciclo senza competenze adeguate. Un’asticella che si alza ben al di sopra della media delle città metropolitane e che lascia senza fiato se confrontata con il 6% del capoluogo emiliano. Milano segue a ruota (21,1% contro 6%), insieme a Firenze (22,2% contro 9%) e Torino (20,9% contro 9,1%).

Mense e tempo pieno: dove servirebbero, spesso mancano

Le disuguaglianze, però, non si misurano solo coi voti o con le bocciature. Il rapporto di Save the Children scende nel dettaglio delle condizioni materiali in cui bambini e ragazzi trascorrono le loro giornate a scuola. E scopre un paradosso inquietante: proprio laddove la povertà educativa è più radicata, i servizi che potrebbero contrastarla risultano spesso più deboli.

Prendiamo il tempo pieno alla scuola primaria, un’opportunità cruciale non solo per allungare l’orario di permanenza a scuola ma anche per sostenere le famiglie in difficoltà. Nelle 106 primarie che insistono sulle Adu, solo il 17,3% delle classi può usufruirne, contro una media urbana del 40,3%. In 18 aree di disagio, addirittura, il tempo pieno è completamente assente: riguarda 50 scuole e oltre 8.800 bambini che restano esclusi da un servizio che favorisce apprendimento, socialità e opportunità extrascolastiche.

Anche la mensa racconta una storia di fratture territoriali. A Cagliari, Milano, Firenze e Venezia, la copertura nelle aree fragili supera il 98% degli alunni della primaria. A Torino tocca l’89,8%, a Roma l’86,8%. Ma scendendo lungo lo Stivale il quadro si capovolge: a Palermo solo un bambino su dieci delle elementari che vivono nelle Adu ha accesso alla mensa (10,4%), a Catania il 21,7%, a Messina il 19,4%, a Reggio Calabria il 23,9%. Numeri che fanno pensare: proprio dove la povertà relativa tocca punte record, garantire un pasto caldo e un ambiente protetto a metà giornata diventa un lusso per pochi.

La segregazione silenziosa dentro le stesse scuole

C’è però un ultimo elemento che il rapporto mette in luce, e forse è il più sottile, il più difficile da intercettare con gli strumenti statistici tradizionali. Il rischio di dispersione implicita non varia soltanto da un quartiere all’altro, ma anche tra classi diverse della medesima scuola. La variabilità tra le varie terze medie di uno stesso istituto nelle aree fragili è pari a 10,2, oltre quattro volte la media dei comuni capoluogo (2,3).

Tradotto: anche dentro lo stesso edificio scolastico, possono concentrarsi in alcune classi gli studenti con maggiori fragilità, mentre altre restano relativamente protette. Si producono così gruppi omogenei per svantaggio, che riducono la possibilità di quella contaminazione positiva tra percorsi, competenze e contesti sociali diversi che molti pedagogisti considerano un fattore chiave per l’apprendimento.

Il fenomeno attraversa tutte le città. A Cagliari e Reggio Calabria l’indice passa da 12 nelle aree fragili a circa 2 nella media cittadina. A Milano da 10,6 a 1,8. A Napoli da 10,4 a 3. A Roma da 9,7 a 2,4. Numeri che spostano l’attenzione dal solo quartiere all’organizzazione concreta della scuola: non basta che un istituto sia presente in un’area difficile. Conta come vengono distribuiti gli studenti, quali servizi vengono attivati, quanto tempo scuola viene offerto, e soprattutto quali opportunità integrative raggiungono davvero chi abita nei contesti più vulnerabili.

Un paese a macchia di leopardo

Se si guarda la cartina dell’Italia, i divari non disegnano soltanto una linea netta tra Nord e Sud. Certo, i tassi di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) nelle Adu di Palermo (55,5%), Catania (57%) e Messina (39,7%) restano tra i più alti del Paese. E a Napoli quasi un ragazzo su due tra i 15 e i 29enni che vive nelle aree fragili è fuori da ogni circuito formativo e lavorativo (42,9%). Ma il problema non si esaurisce nel Mezzogiorno: il 37,3% dei giovani veneziani nelle Adu è neet, così come il 31% di quelli romani e il 28,6% dei torinesi.

Insomma, il rapporto “I luoghi che contano” restituisce l’immagine di un’Italia in cui l’ascensore sociale è in panne da tempo, e in cui il codice postale continua a funzionare come un destino. Non è solo una questione di risorse, anche se quelle contano eccome. È una questione di scelte: dove si investe il tempo pieno, dove si garantisce la mensa, come si organizzano le classi, a quali scuole si danno gli strumenti per non lasciare indietro nessuno. Perché se è vero che nascere in un quartiere piuttosto che in un altro non dovrebbe decidere il futuro di un bambino, i numeri dicono che in Italia – ancora una volta – la realtà è molto più testarda delle buone intenzioni.


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