Knicks in finale NBA dopo 27 anni. Analisi su Spurs-Thunder
Knicks in finale dopo 27 anni
Giugno 1999. Più di un’epoca fa. Bruciava ancora sulla pelle di New York il ricordo della finale del 1994 persa a gara 7 contro gli Houston Rockets del miglior Hakeem Olajuwon della storia. Patrick Ewing (infortunato e sfortunato) non era più nel picco di carriera, ma rimaneva uno dei più raffinati centri tiratori della storia dal post alto. C’era un Latrell Sprewell arrivato da Golden State dopo aver tentato di strangolare l’allora coach PJ Carlesimo. Le esplosive stagioni iniziali della sua carriera erano alle spalle, ma la guardia dei Knicks rimaneva un realizzatore in avvicinamento micidiale, con una buona mano e gran senso del canestro. Poche volte, invece, si era vista una pulizia di tiro paragonabile a quella di Allan Houston, guardia bella da vedere come la Gioconda. E Larry Johnson non era più il “Grand Mama” di Charlotte da un pezzo, per cronici problemi alla schiena, anche se in post basso si faceva ancora rispettare. Toh, c’era anche un certo Rick Brunson, playmaker che il campo lo vedeva col binocolo, ma che aveva il grande merito di stare allevando un bimbo di appena tre anni, che avrebbe in futuro regalato al Madison Square Garden immense soddisfazioni. Quel Jalen Brunson che, pur tirando in maniera pessima da fuori nelle semifinali vinte contro Cleveland (18,2%, sarà un tema in finale), ha guidato la riscossa attesa a New York da ben 27 anni. I Knicks hanno annichilito gli inguardabili Cavs per 4-0. Giocando bene, ma senza strafare. Cleveland è stata sovrastata a rimbalzo offensivo. New York ha giocato con un’efficienza offensiva clamorosa, 120,8 contro i 101,3 punti su 100 possessi dei Cavs. Ha tirato molto meglio dal campo (50,9% vs 42,6%). È stata più precisa da tre punti (38,1%) al cospetto di una squadra, Cleveland, che dal perimetro non l’ha messa davvero mai (appena il 28,8%). Insomma, i numeri non dicono sempre tutto, ma spesso non mentono. E finale NBA sia.
Guardate che Vassell!
Se gli Spurs hanno spinto i Thunder verso una clamorosa, attesa, imperdibile gara 7 nelle semifinali a Ovest, è merito anche suo. Vassell è uno di quei giocatori che fanno della NBA la NBA. Uno di quei giocatori di alto livello che permettono a un roster di essere completo, competitivo, ambizioso. No, non è una stella. Ma la sua presenza è fondamentale. Se vuoi vincere per davvero, non basta avere Wembanyama, così come non bastava avere Shaquille O’Neal, David Robinson o Patrick Ewing. Con loro puntavi in alto. Ma poi erano gente come Rick Fox, Avery Johnson o Derek Harper a completare il quadro con il loro livello di gioco e la capacità di fare (a volte nell’ombra) le cose che servivano. Ecco, Devin Vassell è quel tipo di giocatore là. Difensore feroce sulle guardie, sempre concentrato, mai sopra le righe. In attacco, poi, opportunisticamente si prende quello che gli concede la difesa, impegnata a far quadrare i conti con Wembanyama, Stephon Castle o Dylan Harper. In più, ha accettato di buon grado il ruolo di giocatore di complemento. Non è segnare 25 punti necessariamente il suo compito (anche se prima dell’arrivo dei giovani fenomeni aveva sfiorato anche i 20 punti di media in stagione). È però fare – come stanotte nella vittoria su OKC – un 4 su 7 dall’arco di estrema importanza, sfruttando gli scarichi sul perimetro contro una difesa impegnata a flottare sugli uomini più pericolosi. Questo è Vassell. Ha avuto una stagione solida (13,9 punti di media con il 38,4% da tre), ma contro i Thunder ha alzato il livello. È il terzo realizzatore della squadra (14,3 punti) e la mette da fuori con addirittura il 42,6%. Molto bene. Giocatore di sostanza. Giocatore di valore.
Le “tristi” semifinali di Chet Holmgren
C’è negli Oklahoma City Thunder un giocatore al momento più “triste” di Lu Dort, presunto tiratore piazzato che in queste semifinali segna dall’arco con un ridicolo 18%? Probabilmente sì. Chet Holmgren sta giocando una serie di playoff contro San Antonio non certo all’altezza degli standard fatti ammirare in stagione regolare, dove a tratti si era imposto addirittura come terzo violino al fianco di Shai Gilgeous-Alexander. Il lungo dei Thunder non ha quasi mai trovato ritmo in attacco, né in avvicinamento, né con quel tiretto dalla media dopo aver lavorato spalle a canestro che tanto gli aveva giovato durante il campionato appena trascorso. Da tre, poi, non ne parliamo neppure, una delle sue armi peculiari (37% in carriera, che per un lungo non è affatto male). L’ex Gonzaga sta sparacchiando con un deprecabile 27,3%, come se gli avessero cosparso improvvisamente le mani con il cemento armato. Di punti, Holmgren, ne segna appena 11,8, ben lontani dai 17 di media in stagione. In più, appare impacciato, esitante, non il solito giocatore. Insomma, Chet Holmgren dovrà fare molto meglio di così. Vedere per credere.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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