Bambini e schermi, la pedagogista: “Il rischio è che il cervello impari che ho bisogno di uno schermo per stare meglio”

Sull’utilizzo dei dispositivi digitali in età infantile interviene Giada Zurlo, autrice della pagina Instagram “genitoridiversi”.
La pedagogista si concentra nello specifico sulla modalità di impiego di questi mezzi all’interno delle mura domestiche, un tema che accende quotidianamente il dibattito tra mamme e papà. Spesso, infatti, i genitori si interrogano sulla qualità dei programmi scelti per i figli, tralasciando il contesto in cui avviene la visione.
In merito a questo aspetto ha affermato nel reel: “Tutto dipende da come vengono utilizzati a prescindere dal cosa si guarda“. Dunque, la riflessione si sposta dalle tipologie di video, dai giochi interattivi o dalle applicazioni proposte, alle abitudini quotidiane vere e proprie consolidate in famiglia. Si tratta di un cambio di prospettiva fondamentale per comprendere il reale impatto della tecnologia sulla crescita infantile.
La risposta agli stati d’animo spiacevoli
L’attenzione si focalizza sulle situazioni in cui gli schermi intervengono per placare un momento di disagio del bambino. Nella frenesia di tutti i giorni, di fronte a un pianto inconsolabile, a un litigio o a un momento di forte noia, affidarsi alla tecnologia per spegnere le emozioni spiacevoli risulta la via più rapida. Tuttavia, questa pratica innesca una dinamica specifica legata ai processi cognitivi in via di sviluppo, creando un cortocircuito nelle reazioni naturali dei più piccoli.
A questo proposito, Zurlo lancia un avvertimento ai genitori, spiegando le conseguenze di questa sorta di sedazione digitale. Ha infatti dichiarato: “Il rischio è che il cervello impari ogni volta che provo qualcosa che non mi piace ho bisogno di uno schermo per poter stare meglio“. In questo modo, secondo quanto esposto, l’impiego del dispositivo si trasforma in un mero mezzo di compensazione esterna per affrontare le difficoltà. Il bambino associa il sollievo al tablet o allo smartphone, rinunciando alla preziosa occasione di elaborare il proprio vissuto interiore.
Il rischio della modalità automatica
La questione centrale risiede quindi nella ripetizione di questo schema di comportamento nel tempo. Secondo l’esperta, la criticità emerge con forza quando la fruizione dei contenuti digitali diventa l’unica via d’uscita offerta al bambino per gestire i momenti di crisi. Il gesto di porgere il telefono si tramuta in un riflesso incondizionato da parte dell’adulto per ritrovare la tranquillità domestica.
Così facendo, viene a mancare lo spazio vitale per sviluppare autonomamente l’autoregolazione emotiva, una competenza cruciale che permette di tollerare la frustrazione e di comprendere la natura transitoria delle sensazioni negative. La riflessione della Zurlo si chiude precisando proprio questo concetto: “Il problema nasce quando è qualcosa di costante, quando è la modalità automatica“. Rompere questo automatismo rappresenta il primo passo per aiutare i bambini a vivere e comprendere appieno le proprie emozioni.




