Teheran: «Ridotte le distanze con gli Usa». Rubio conferma i progressi
La nuova proposta presentata dagli Stati Uniti «ha ridotto in una certa misura le divergenze». La valutazione positiva del testo – l’ennesimo consegnato dalla Casa Bianca all’Iran – è stata fatta filtrare ieri dal regime di Teheran attraverso l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Student’s News Agency. Non sono stati diffusi altri dettagli, ma i negoziati, in questa fase, si aggrappano anche a queste poche parole, per fare un passo avanti e passare dalla fragile tregua a un accordo di pace. La stessa agenzia iraniana ha aggiunto tuttavia che «per un ulteriore avvicinamento è necessario che Washington metta da parte la tentazione di continuare la guerra».
Da parte americana, il segretario di Stato, Marco Rubio, parlando con i giornalisti a Miami ha detto ieri che «i negoziati con l’Iran hanno registrato alcuni progressi» e che «ci sono segnali positivi»: «Ma – ha aggiunto – non voglio essere troppo ottimista, vediamo cosa succederà nei prossimi giorni». Donald Trump si era già detto disposto ad «aspettare alcuni giorni per riuscire a iniziare un negoziato serio» con l’Iran. Ma come sempre aveva anche insistito sulle minacce: «Credetemi, se non riceveremo le risposte giuste, la situazione si evolverà molto rapidamente. Siamo tutti pronti a un accordo, ma anche – aveva detto – a riprendere i raid contro l’Iran».
Le trattative stanno proseguendo, i messaggi tra Washington e Teheran si stanno intensificando. A quasi tre mesi dall’attacco deciso da Stati Uniti e Israele, e a sei settimane dall’inizio del cessate il fuoco, tutto il mondo si attende una svolta nel conflitto. Si fa sempre più attiva la mediazione del Pakistan, con la Cina dietro le quinte. Il capo dell’esercito pakistano Asim Munir, che avrebbe mantenuto contatti diretti con Trump, era atteso ieri a Teheran. Il premier pakistano, Shehbaz Sharif, sarà invece in missione in Cina da sabato, per cercare anche il sostegno di Pechino, dopo che il presidente cinese ha definito «inaccettabile» un’eventuale ripresa dei bombardamenti Usa sull’Iran. E a Pechino – tra la visita di Trump e quella di Vladimir Putin – nei giorni scorsi è stato ricevuto anche il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Mentre anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, sta pianificando una missione in Cina.
Il negoziato e lo scambio di messaggi – gestiti dal Pakistan con il totale favore dei Paesi del Golfo Persico – si basano sulla proposta in 14 punti predisposta da Teheran alcune settimane fa, ha dichiarato il ministero degli Esteri iraniano: l’obiettivo è un’intesa immediata che vedrebbe l’Iran riaprire lo Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti revocare il blocco dei porti iraniani. Nei successivi trenta giorni, verrebbero ripresi i colloqui, a cominciare dal programma nucleare iraniano.
Tra Stati Uniti e Iran rimangono fortissimi i contrasti: proprio sul nucleare, oltre che su Hormuz. A ben vedere le divergenze sono le stesse che c’erano prima della guerra, aggravate dal blocco dello Stretto e dalla campagna militare avviata dalle forze israeliane contro Hezbollah in Libano. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiarito più volte che l’impegno per la fine dei combattimenti deve comprendere «tutti i fronti, Libano compreso».
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