Almerigo Grilz e la paura degli ipocriti
18 maggio 2026 – ore 19:00 – Domani saranno trentanove anni. Trentanove anni da quel 19 maggio 1987, quando nella provincia mozambicana di Sofala un ragazzo triestino di trentaquattro anni cadde nella polvere africana con una cinepresa in mano e gli occhi ancora puntati sulla guerra. Si chiamava Almerigo Grilz. E attorno al suo nome, ancora oggi, l’Italia si divide. Non potrebbe essere altrimenti. Perché Grilz non fu un uomo semplice, né una figura accomodante. Ebbe un passato politico duro, radicale, segnato dagli anni feroci delle ideologie e delle piazze armate. Fu dirigente del Fronte della Gioventù, uomo della destra triestina, protagonista di una stagione che lasciò ferite profonde. Sarebbe falso negarlo. Sarebbe disonesto cancellarlo. Ma sarebbe altrettanto falso fingere che quel ragazzo non sia poi diventato altro. Diventò un reporter. Non uno da scrivania. Non uno da salotto televisivo. Non uno di quelli che raccontano la guerra dal retro delle ambasciate o dagli hotel blindati delle capitali. Grilz la guerra la attraversava. Dormiva coi guerriglieri afghani, marciava nella giungla filippina, entrava in Libano sotto i bombardamenti, filmava l’Africa dimenticata quando nessuno sapeva nemmeno indicarla sulla carta geografica. Molti oggi parlano di “giornalismo immersivo”. Lui lo faceva quarant’anni fa.
Almerigo Grilz fu anche un innovatore, forse troppo in anticipo sui tempi per essere compreso fino in fondo dall’Italia di allora. Quando negli anni Ottanta gran parte del giornalismo televisivo dipendeva ancora dai grandi network e dagli inviati protetti dalle redazioni, lui intuì che il futuro sarebbe appartenuto ai freelance capaci di muoversi autonomamente nei conflitti dimenticati del pianeta. Con la Albatross Press Agency costruì un modello nuovo: piccolo, indipendente, agile, internazionale. Partiva con una telecamera sulle spalle, attraversava frontiere clandestine, viveva per settimane accanto ai combattenti e poi vendeva immagini e reportage alle televisioni straniere. Oggi lo chiameremmo giornalismo embedded o reportage immersivo. Lui lo faceva quarant’anni fa, senza tecnologia, senza satelliti, senza protezioni, contando soltanto sul coraggio, sull’intuito e sulla capacità di arrivare prima degli altri. Con Fausto Biloslavo e Gian Micalessin fondò nel 1983 la Albatross Press Agency: tre ragazzi triestini, spesso senza soldi, senza protezioni, senza grandi editori alle spalle, che vendevano reportage ai network stranieri e portavano in Italia immagini che quasi nessuno aveva il coraggio di cercare.
Grilz morì come muoiono gli inviati veri: troppo vicino al fronte. Un proiettile lo colpì mentre filmava una ritirata della RENAMO durante la guerra civile mozambicana. Nelle sue ultime annotazioni scriveva: “Occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano dappertutto”. Non sapeva che quella frase sarebbe diventata il suo epitaffio. Per anni, però, l’Italia preferì dimenticarlo. Troppo ingombrante quel passato politico. Troppo difficile inserirlo nella narrazione comoda del giornalismo italiano. Così il primo reporter italiano morto su un campo di battaglia dopo il secondo conflitto mondiale diventò quasi un fantasma. Un nome pronunciato sottovoce. Un inviato cancellato. Eppure la memoria, quando è autentica, trova sempre la strada per tornare. Nel 2002 Gian Micalessin realizzò il documentario “L’albero di Almerigo”, tornando in Mozambico per cercare il luogo della sua sepoltura. Nello stesso anno Trieste gli dedicò una via a Barcola. Nel 2006 il suo nome venne inciso nel memoriale di Reporters Without Borders in Normandia dedicato ai giornalisti caduti. Nel 2007 Toni Capuozzo gli dedicò una puntata di “Terra!”. Nel 2025 è arrivato persino un film, “Albatross”, diretto da Giulio Base. E soprattutto, negli ultimi anni, è nato qualcosa che forse conta più di ogni polemica: il Premio Giornalistico Almerigo Grilz.
Non un santino politico. Non una riabilitazione ideologica. Ma un premio per giovani reporter sotto i quarant’anni che raccontano guerre, crisi, rivoluzioni, frontiere dimenticate. Quest’anno è arrivato alla terza edizione, con mostre, corsi di sicurezza per inviati, incontri sul giornalismo di guerra tra Trieste e Milano. È questo, probabilmente, il punto. La memoria di un uomo non si onora nascondendone le ombre. Si onora guardandole in faccia. Tutte. Grilz ebbe il coraggio fisico, quasi ossessivo, di andare dove altri non andavano. E in un’epoca di giornalismo spesso sedentario, prudente, addomesticato, questo resta un fatto. Indro Montanelli diceva che il giornalista deve consumare le suole delle scarpe. Almerigo Grilz consumò le scarpe, la giovinezza e infine la vita. Per questo, domani, nel giorno della sua morte, non si può negare il reporter. Perché i giornalisti veri non appartengono alle tribù. Appartengono alle strade che percorrono, alle guerre che raccontano, ai rischi che decidono di correre. E qualche volta, tragicamente, appartengono anche al terreno dove cadono.
L’editoriale è di Francesco Viviani
Reporter di guerra, sicurezza e fronti caldi: il Premio Grilz arriva a Trieste




