Cultura

John Lennon: la sua ultima intervista trasformata in un film da Steven Soderbergh con l’aiuto dell’IA

Steven Soderbergh parte da una sfida quasi impossibile: trasformare in cinema tre ore di conversazione radiofonica registrate l’8 dicembre 1980, poche ore prima dell’assassinio di John Lennon. Da quell’audio nasce “John Lennon: The Last Interview”, presentato in proiezione speciale al Festival di Cannes, un film che rimette al centro la voce dell’ex-Beatle e il suo pensiero politico, artistico e personale nel momento forse più lucido della sua maturità.
L’intervista era stata ottenuta dalla KFRC di San Francisco grazie alla mediazione del produttore David Geffen. Laurie Kaye, Dave Sholin, Ron Hummel e Bert Kean entrano nel Dakota Building mentre Annie Leibovitz sta realizzando il celebre servizio fotografico destinato alla copertina di Rolling Stone. Lennon non rilasciava interviste radiofoniche da sette anni e non pubblicava un disco da cinque: “Double Fantasy”, inciso insieme a Yoko Ono, era uscito appena tre settimane prima. Doveva essere una promozione dell’album, con l’accordo di evitare il tema Beatles, ma la conversazione si allarga rapidamente alla vita privata, alla politica, alla creatività, alla famiglia, al rapporto tra arte e società. Poche ore dopo, Mark David Chapman ucciderà Lennon davanti alla sua abitazione.

Soderbergh costruisce il film come un mosaico di fotografie, immagini d’archivio, materiali domestici e sequenze astratte, evitando però la forma celebrativa del classico documentario musicale. Il cuore resta sempre il dialogo. Il regista sceglie di non sommergere lo spettatore con l’enorme repertorio iconografico disponibile su Lennon, limitando spesso il materiale ai primi Beatles e agli anni giovanili. L’obiettivo è lasciare spazio alla parola: la voce di Lennon diventa il vero motore narrativo. Più che il mito, emerge il pensiero di un artista che, a quarant’anni, sembra attraversare una nuova stagione creativa. Lennon parla come un uomo che ha superato il burnout seguito allo scioglimento dei Beatles e la crisi matrimoniale con Yoko Ono, ritrovando un equilibrio nella dimensione familiare e nella collaborazione artistica con la compagna.
Il discorso si allarga continuamente oltre la musica. Lennon rifiuta le etichette, attacca il capitalismo, si definisce pacifista e femminista, rivendica la centralità della paternità e della vita domestica. Molte immagini arrivano dalle vacanze alle Bermuda con il figlio Sean, nato nel 1975 nel giorno del compleanno del padre. Anche episodi spesso ridotti a folklore, come il “lost weekend” trascorso lontano da Ono insieme a May Pang, vengono ridimensionati dentro un percorso più complesso di crisi e ricostruzione personale.

In questo senso, il film si inserisce in una lunga tradizione di opere dedicate alla coppia Lennon-Ono — da “USA contro John Lennon” fino a “Get Back” di Peter Jackson e “One To One: John & Yoko” — ma prova a differenziarsi scegliendo una forma più scarna e concentrata sull’ascolto. Soderbergh sembra interessato soprattutto a rilanciare l’attualità delle idee di Lennon: la sua opposizione all’omologazione culturale, la fiducia nella libertà creativa, la convinzione che l’arte possa ancora avere una funzione politica e civile.
L’elemento più discusso resta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Soderbergh la impiega per colmare alcuni passaggi privi di materiale visivo, soprattutto quando la conversazione si sposta su concetti astratti o riferimenti storici impossibili da illustrare con immagini d’archivio. Meta compare nei crediti come partner tecnico e finanziatore dell’operazione. Il regista ha spiegato di aver lavorato attraverso prompt e continue correzioni, usando l’AI più come soluzione produttiva che come scelta estetica.


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