Società

Emilia Carla Maria Nironi e i Reggio Children: «Loris Malaguzzi mi chiamava “fulmine di guerra”. Sbobinavo le parole dei bambini dai nastri registrati a scuola. Il ddl sugli asili nido arrivò grazie a Sandro Pertini»

Lei per molti anni ha lavorato a fianco di Loris Malaguzzi. Come nacque la vostra collaborazione?

«Io lavoravo ormai da 12 anni come impiegata al Comune. Un giorno il sindaco di Reggio Emilia, Bonazzi, mi chiamò  e mi disse: “Visto che hai tanta passione per le scuole, perché non vai a lavorare con Malaguzzi che ha bisogno?” Così dall’Economato venni trasferita alla Direzione delle scuole materne con Loris Malaguzzi, appunto, e Marta Lusuardi».

Che ricordo ha di Malaguzzi?

«Era una persona straordinaria. Io e lui parlavamo in dialetto. Io lo chiamavo scherzosamente “capo”, lui mi chiamava “fulmine di guerra”.  Mi diceva: ‘Fulmine di guerra, vieni qua che c’è da scrivere!’».

La chiamava così perché lei era velocissima come dattilografa…

«Sì, per questo Malaguzzi mi chiese di cominciare a raccogliere filastrocche, cantilene e conte per farne un libro da usare nelle scuole. Non solo… Uno dei compiti che mi diede e che ho più ho amato era quello di sbobinare le parole dei bambini dai nastri dei registratori che le scuole mi portavano. Ridevo e mi commuovevo a sentire le loro conversazioni. Li chiamavano Testi liberi. Mi occupai anche dell’impaginazione di quelli che divennero poi i Quaderni Reggiani, utilizzati per mostrare il nostro approccio quando venivano le delegazioni e che hanno fatto storia in tutto il mondo. Ricordo, in particolare, quello dedicato alla figura del burattinaio: una novità rivoluzionaria in un’epoca in cui non era certo consentito che in una scuola dell’infanzia lavorasse un burattinaio. Infatti fu assunto come assistente».

Anche Gianni Rodari venne a Reggio Emilia…

«Andava spesso nelle scuole d’infanzia, dai bambini, e si incontrava con Malaguzzi. Poi aveva l’abitudine di fermarsi in una sala degli uffici della Direzione Scuole, dove facevano le riunioni i pedagogisti, proprio davanti al mio ufficio, e lì scriveva, scriveva, scriveva … poi veniva da me e mi chiedeva, sempre con molta gentilezza, se avevo tempo di battere a macchina quei suoi scritti: naturalmente ero ben contenta di poterlo aiutare!»

All’inizio de La grammatica della fantasia, Rodari scrisse che il libro era potuto uscire grazie alla pazienza di una dattilografa. E quella dattilografa era lei…


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