Umbria

Giornata contro il body shaming, Ferdinandi: «Non è una semplice presa in giro»

«Il body shaming non è una semplice presa in giro, è una forma di violenza che colpisce l’autostima, la libertà di essere sé stessi e il diritto di sentirsi accolti senza dover corrispondere a standard imposti». Con queste parole la sindaca di Perugia e delegata alle Pari opportunità di Anci, Vittoria Ferdinandi, interviene in occasione della prima Giornata nazionale contro il body shaming, richiamando il ruolo delle istituzioni nella costruzione di una cultura del rispetto.

«Viviamo in un tempo in cui soprattutto ragazze e ragazzi crescono circondati da modelli di perfezione sempre più artificiali e irraggiungibili, alimentati anche dai social e dalle immagini costruite digitalmente. Ma questo riguarda anche gli adulti, perché il giudizio sugli altri continua troppo spesso a trasformarsi in esclusione e sofferenza», ha aggiunto la sindaca, sottolineando come il fenomeno non riguardi solo la sfera giovanile ma attraversi l’intera società.

«Le istituzioni hanno il dovere di contribuire a costruire una cultura diversa, fondata sul rispetto, sull’educazione alle differenze e sulla consapevolezza che non esiste un unico modo giusto di avere un corpo, un volto o una presenza. Nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a stabilire come una persona debba apparire per meritare rispetto. La dignità delle persone non dipende dalla perfezione», ha concluso Ferdinandi.

Il corpo come bersaglio di offese e giudizi, spesso amplificati dai social, è al centro del fenomeno del body shaming, una forma di violenza verbale e psicologica che colpisce l’identità delle persone attraverso l’aspetto fisico. Altezza, peso, colore della pelle, lineamenti: elementi che dovrebbero descrivere semplicemente una caratteristica diventano invece strumenti di svalutazione, capaci di incidere sulla percezione di sé e sugli equilibri psicologici individuali.

L’offesa legata al corpo non è mai neutra. Interviene su ciò che è immediatamente visibile e quindi più esposto al giudizio sociale. In un contesto in cui l’immagine personale ha assunto un ruolo centrale nella comunicazione quotidiana, la distanza tra ciò che si è e ciò che si mostra tende a ridursi, fino a trasformare l’aspetto esteriore in un metro di valutazione complessivo della persona.

Il termine body shaming, entrato stabilmente nel dibattito pubblico negli ultimi anni e registrato anche dalla Treccani nel 2018, indica proprio la pratica di far vergognare qualcuno del proprio corpo. Non si tratta di semplici battute o commenti isolati, ma di un insieme di comportamenti che possono assumere carattere sistematico, soprattutto negli ambienti digitali, con effetti concreti su autostima, ansia e pressione sociale.

Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto una dimensione crescente anche in Italia. Le piattaforme social hanno ampliato la portata delle offese e la loro permanenza nel tempo, rendendo più difficile la rimozione o l’oblio dei contenuti denigratori. È in questo contesto che il tema è entrato progressivamente nell’agenda pubblica, fino all’istituzione della Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone, celebrata il 16 maggio.

La ricorrenza è stata approvata definitivamente nel 2025 e ha l’obiettivo di sensibilizzare sull’impatto delle parole e dei comportamenti legati al corpo. Il colore simbolo scelto è il fucsia, associato a energia, cambiamento e accettazione di sé. Al centro della campagna di comunicazione c’è l’idea che la responsabilità dello stigma non risieda nella persona offesa, ma in chi utilizza il corpo altrui come strumento di giudizio.

Il tema assume una rilevanza particolare anche nel mondo giovanile, dove la costruzione dell’identità passa sempre più attraverso l’esposizione pubblica della propria immagine. Le conseguenze di commenti e insulti ripetuti possono incidere in modo significativo sui percorsi di crescita e sulle relazioni sociali, soprattutto nei contesti scolastici e digitali.

In questo quadro si inserisce anche la necessità di dati e indicatori sul disagio giovanile legato all’immagine corporea. In Umbria, secondo le più recenti rilevazioni del sistema di sorveglianza nazionale Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children, coordinato dall’Istituto superiore di sanità), una quota significativa di adolescenti tra 11 e 15 anni dichiara insoddisfazione rispetto al proprio corpo e percezione negativa del proprio aspetto fisico. Il fenomeno è più marcato tra le ragazze e tende ad aumentare con l’età, in linea con il dato nazionale, dove oltre un adolescente su tre riferisce forme di disagio legate all’immagine corporea.

Sempre a livello regionale, i dati del sistema Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) mostrano come una parte degli studenti umbri segnali episodi di prese in giro o offese legate all’aspetto fisico all’interno del contesto scolastico, con una frequenza non marginale rispetto alla media nazionale. Elementi che confermano come il tema non sia solo culturale, ma anche sociale ed educativo.

In un’epoca in cui l’immagine è spesso la prima forma di presentazione di sé, il rischio è che ciò che si vede prevalga su ciò che si è. Il contrasto al body shaming si inserisce quindi in una riflessione più ampia sul rapporto tra identità, esposizione pubblica e linguaggi digitali, dove la soglia tra giudizio e offesa diventa sempre più sottile.

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