così la ’ndrangheta ha costruito la sua “locale” a Roma
Roma non era soltanto una base operativa lontana dalla Calabria, né un gruppo criminale autonomo che si muoveva in modo indipendente nella Capitale.
Per la Corte di Cassazione, la cosiddetta “locale” romana era una vera articolazione della ’ndrangheta, riconosciuta e collegata stabilmente ai vertici della casa madre calabrese. Un organismo mafioso pienamente integrato nella struttura dell’organizzazione, capace di agire a Roma mantenendo rapporti costanti con i clan d’origine.
È questo il punto centrale contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui la Suprema Corte ha reso definitive le condanne inflitte a quattordici imputati coinvolti nel filone abbreviato dell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia.
Oltre cento anni di carcere complessivi che, secondo i giudici, chiudono uno dei capitoli più significativi sull’espansione della ’ndrangheta nella Capitale.
Nelle pagine della sentenza i magistrati parlano di un “flusso informativo continuo” tra Roma e la Calabria, un collegamento stabile che avrebbe consentito alla struttura romana di operare in autonomia senza mai spezzare il legame con i territori storici dell’organizzazione mafiosa.
Al centro di questo sistema emerge la figura di Antonio Carzo, considerato uno dei nomi più radicati della criminalità legata all’universo della ’ndrangheta romana.
Un uomo che ha attraversato anni di detenzione mantenendo un profilo di assoluta fedeltà all’organizzazione: nessuna collaborazione con la giustizia, nessuna dissociazione, nessuna frattura con il codice mafioso.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, proprio questa rigidità avrebbe consolidato il suo prestigio all’interno delle cosche. Quando nel 2014 torna in libertà, la Calabria gli riconosce un ruolo di responsabilità all’interno della struttura romana, affidandogli un incarico che nelle intercettazioni lo stesso Carzo descrive come un vero motivo d’orgoglio.
Da quel momento prende forma l’asse con il cugino Vincenzo Alvaro, ritenuto dagli investigatori il volto imprenditoriale del gruppo. Un dualismo che, secondo le sentenze, rappresentava la forza della “locale” capitolina: da una parte la componente tradizionale e militare, dall’altra la capacità di infiltrarsi nell’economia legale della città.
Carzo sarebbe stato il garante della forza intimidatrice e dei rapporti mafiosi, mentre Alvaro avrebbe gestito investimenti, attività commerciali e relazioni economiche nei settori della ristorazione e dell’imprenditoria romana. Due ruoli differenti ma perfettamente complementari, funzionali alla strategia di radicamento nella Capitale.
Per la Cassazione, però, il dato più significativo resta un altro: la capacità della ’ndrangheta di trasformarsi senza perdere la propria identità. I giudici descrivono l’organizzazione come una struttura dinamica, capace di adattarsi ai territori in cui si insedia mantenendo però intatti rituali, gerarchie e modelli di potere.
Roma, in questa prospettiva, non sarebbe stata soltanto un luogo di espansione criminale, ma un terreno strategico dove la mafia calabrese ha saputo costruire relazioni economiche, consolidare interessi e infiltrarsi nel tessuto produttivo senza rinunciare ai propri codici originari.
Le motivazioni della sentenza offrono così una fotografia dettagliata della metamorfosi della ’ndrangheta contemporanea: meno legata agli stereotipi della violenza visibile e sempre più capace di muoversi nei circuiti dell’economia e delle relazioni imprenditoriali.
Secondo gli investigatori, proprio questa doppia natura — militare e finanziaria — avrebbe consentito alla “locale” romana di rafforzarsi nel tempo fino a diventare una presenza stabile nel panorama criminale della Capitale.
Con il verdetto definitivo della Cassazione, quella struttura viene ora riconosciuta ufficialmente come una ramificazione organica della ’ndrangheta.
Un passaggio giudiziario che segna un punto fermo nella mappa delle mafie a Roma e conferma come la Capitale sia ormai da anni uno dei principali territori d’interesse per le organizzazioni criminali calabresi.
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