Mondo

Ma così la Cina si prende Taiwan senza ostacoli

«La Cina ha fregato gli Stati Uniti come nessuno prima d’ora. La frase pronunciata da Donald Trump nel 2020 suona oggi più che mai profetica. E il Donald pronto, ieri, a sferrar manate sulle spalle di Xi Jinping definendolo grande leader è colui che più contribuisce a mantenerla attuale. Fino a pochi mesi fa la differenza qualitativa tra la potenza degli Stati Uniti e di una Cina capace di produrre un terzo dei manufatti mondiali, il 90 per cento delle terre rare e il 60/80 per cento degli ingredienti indispensabili per l’energia pulita (pannelli solari, pale eoliche, auto elettriche) era basato su due indiscutibili elementi valoriali. Il primo era la capacità dell’America di presentarsi come garante della legittimità internazionale. Soprattutto a fronte di una Cina dove Xi Jinping, prima ancora di minacciare l’annessione di Taiwan, ha fatto morire in carcere il Nobel Liu Xiaobo, spento nel sangue le rivolte tibetane e cancellato gli accordi su un paese due sistemi a Hong Kong. In tutto ciò il secondo indiscutibile vantaggio dell’America era quello di essere non solo la nazione simbolo dell’attuale Occidente, ma anche la sua guida militare grazie al ruolo di capofila dell’Alleanza Atlantica. Minacciando di annettersi la Groenlandia, avviando una guerra all’Iran priva di legittimità internazionale e retrocedendo gli alleati Nato al ruolo di inutili comprimari Trump ha buttato alle ortiche questo capitale. Con il risultato, non proprio indifferente, di spingere il resto del mondo a chiedersi se il leader più affidabile sia il volubile Donald o l’imperscrutabile erede di Mao. Un’involuzione non da poco che già spinge paesi come Francia e Germania a considerare equivalenti i rapporti economici con una Cina dove la democrazia non è neppure contemplata e un’America simbolo, fin qui, delle libertà individuali e commerciali. Ma Trump oltre a regalare a Xi Jinping un bipolarismo perfetto e un’inattesa equivalenza politica gli offre anche un’indiscutibile vantaggio strategico. A sostenerlo è un rapporto d’intelligence redatto dal Direttorato dello Stato Maggiore del Pentagono alla vigilia del summit cinese. Secondo il rapporto la Cina è riuscita a trasformare in una vera e propria rendita quell’attacco alla Repubblica Islamica destinato – nei piani di Washington – a privare Pechino di un greggio iraniano che garantiva il 13 per cento delle sue forniture petrolifere. La Cina, invece, non solo continua a far transitare da Hormuz le proprie petroliere, ma usa le sue immense riserve di greggio per aiutare paesi come Thailandia e le Filippine. Ed incrementare così la propria influenza geopolitica nell’Indo-Pacifico.

Un Indo-Pacifico dove l’America avrebbe oggi, secondo il rapporto del Pentagono, grande difficoltà a difendere l’indipendenza di Taiwan visto il numero di missili, bombe ed intercettori dilapidati nel tentativo di abbattere il regime di Teheran, e di difendere Israele e gli alleati arabi. Con una piccola, ma non indifferente beffa. Per ripristinare i propri arsenali in vista di nuovi attacchi iraniani i paesi arabi si stanno rivolgendo non agli Usa, ma ad una Cina partner ed alleata di Teheran.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »