Marche

salvata da un messaggio alla sorella. «Mi sono difeso, è cintura marrone di judo»

ANCONA – Presa a calci, pugni e spintoni dal marito, si è rifugiata nella cameretta della figlia in attesa che qualcuno intervenisse in suo aiuto. «Prima che mi sequestrasse il cellulare, sono riuscita a scrivere a mia sorella una sola parola: aiuto». Un messaggio che l’ha salvata, ha raccontato in aula la 43enne anconetana, anche se il marito, un napoletano di 54 anni finito a processo per lesioni aggravate (difeso dall’avvocato Costantino Larocca) nega tutto e sostiene di essere soltanto difeso dall’aggressione della moglie, cintura marrone di judo

Il racconto 

Tra i due i rapporti erano da tempo rovinati, ma dai litigi non si era mai passati ai fatti. Tranne quella sera del 21 gennaio 2025, quando la mamma 43enne – assistita dall’avvocato Alessio Stacchiotti – con la figlia di 11 anni stava aspettando che il marito tornasse a casa dal lavoro. «Quando ha aperto la porta, mia figlia è corsa a salutarlo, ma ho sentito che la sua voce era alterata e le ha detto: io sono sempre tuo padre – ha riferito ieri in tribunale al giudice Antonella Passalacqua -. Quando sono andata a chiedergli spiegazioni, lui ha iniziato a sputare contro di me e sui piatti in cucina. Quindi mi ha detto che il giorno dopo sarebbe andato dall’avvocato a chiedere la separazione e io gli ho risposto: va bene. Ma all’improvviso, mi ha picchiata a mani nude». La donna sarebbe stata presa a ripetutamente a pugni. Mentre la figlioletta andava a chiudersi in camera con il cane, la mamma sarebbe stata spinta in bagno contro la lavatrice e poi colpita dove capitava, anche una volta finita a terra. «Perdevo sangue dalla bocca, ero sfinita, non ce la facevo a parlare. Per fortuna sono riuscita a mandare un messaggio a mia sorella, l’ultima persona con cui avevo parlato quel giorno, chiedendole aiuto, prima che lui mi portasse via il cellulare». La donna ha riferito di essere riuscita poi a scappare nella cameretta, per chiudersi lì dentro con la figlia. «Piangeva, preparava la valigia e mi chiedeva di andarcene via». Nel frattempo, il marito le avrebbe lanciato contro il cellulare, con il quale poi la donna sarebbe riuscita a mettersi in contatto con la sorella. In suo aiuto, poco dopo, sono arrivati il cognato e il padre, che ieri è stato sentito come testimone. «Ho trovato mia figlia con il sangue in faccia, un occhio nero e lividi sul braccio – ha riferito -. Anche se quella casa l’ho pagata io, ho preferito portare via lei e mia nipote». La 43enne, accompagnata all’ospedale, è stata dimessa con 25 giorni di prognosi (più 10 successivi). «Mi sono rivolta a un centro antiviolenza e, con mia figlia, a uno psicologo», ha sottolineato. Nei confronti del 54enne era scattato l’ordine di protezione con divieto di avvicinamento a moglie e figlia (nel frattempo decaduto). Il processo riprenderà l’8 settembre. 
 




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