Il fisco italiano a forma di K: chi paga tutto e chi quasi niente
Se vogliamo giocare a trovare le differenze tra la cosiddetta Prima Repubblica e la Seconda, quella cominciata con il berlusconismo e ancora vivente, possiamo cominciare dai cambiamenti avvenuti nel fisco. Il sistema tributario della Prima Repubblica è quello disegnato in modo chiaro e coerente dalla grande riforma del 1973, con la nascita dell’Irpef, dell’Iva e dell’Irpeg (ora Ires); quello della Seconda avanza a piccoli cambiamenti che disegnano una traiettoria molto diversa, e anzi si va nella direzione opposta. Un criterio di confronto generale può essere individuato nel principio di universalità dell’obbligo tributario, stabilito dall’art. 53 della Costituzione secondo cui tutti devono contribuire alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva. Questo principio attuato, almeno in teoria, con la grande riforma del 1973, è stato del tutto smarrito nella Seconda Repubblica, e non è stato nemmeno necessario modificare la Costituzione.
L’universalità si è persa intanto nel numero dei contribuenti che pagano. Le statistiche appena pubblicate, e relative alle dichiarazioni dei redditi del 2024, fotografano un fatto ben noto. In Italia un contribuente su quattro non versa nulla allo Stato, ma gode dei benefici. Si tratta di più di 11 milioni di contribuenti esonerati, in ragione della soglia di esenzione e dei vari bonus. Questa soglia, la cosiddetta no tax area, è stata introdotta dal duo Berlusconi-Tremonti nel 2003 e poi riformulata da Prodi. Con la riforma del 1973 non esisteva e tutti pagavano un’imposta, almeno il 10% del reddito, segno di una maggiore responsabilità fiscale. In fondo, tutti usufruiamo dei servizi pubblici e quindi tutti dovremmo partecipare alle spese pubbliche, almeno secondo la Costituzione. Ma questo è l’aspetto minore.
L’universalità poi si è persa su di un piano molto più sostanziale, ed eticamente inaccettabile, quello di un eguale trattamento dei redditi personali. Quando insegnavamo agli studenti le caratteristiche della nuova Irpef, mettevamo in evidenza il fatto fondamentale che fosse un’imposta unitaria che colpiva tutti i redditi del contribuente. Ora non è più così. Il fisco diseguale dell’Irpef ha preso due strade: una in salita e una in discesa. Quella in salita è il fisco pagato dai lavoratori dipendenti e pensionati. In questo caso l’imposta è progressiva, cioè l’aliquota cresce al crescere del reddito. Dalle trentadue aliquote della Prima Repubblica si è passati alle attuali tre. Un vantaggio per i contribuenti? Forse, ma di sicuro è un vantaggio per coloro che prima pagavano un’aliquota del 72% e ora solo del 45%. L’esperienza insegna che i vantaggi fiscali, come regola generale, sono sempre per chi sta in alto.
La strada, fiscalmente parlando, in discesa è quella di tutti gli altri redditi, sottratti nel tempo alla base imponibile dell’Irpef. Si tratta dei redditi da capitale, delle rendite da beni immobili e dei redditi da lavoro autonomo, per citare i principali. Per tutti questi redditi non vale il principio dell’imposta progressiva, ma sono tassati con un’unica aliquota, oggi diremo flat. Queste aliquote, sempre per indebolire ancora di più il principio dell’universalità, sono molto differenti. Gli azionisti sono tassati al 26%, il lavoro autonomo al 15% e la tassa sugli affitti è al 10% o al 21%. Se teniamo contro del fatto che l’aliquota minima dell’Irpef è del 23%, possiamo dire che milioni di contribuenti si trovano in una condizione di perenne privilegio ficale. Con l’aggravante che questi favoritismi fiscali, una volta ritenuti intollerabili, ora sono addirittura giustificati. Per dare una parvenza di oggettività scientifica si parla di un fisco duale, come se queste differenze fossero del tutto naturali e non il risultato di una degenerazione del nostro sistema tributario.
Ci sono segnali di un ritorno all’antico, ma fondamentale, principio di una universalità fiscale, di un trattamento eguale per tutti i contribuenti e tutti i redditi? Non mi pare. Anche il fronte progressista ha sposato, nella varie versioni, la deriva no tax che appare politicamente più favorevole. Siccome poi le tasse non si possono ridurre per tutti, ecco allora nascere mille rivoli clientelari per ottenere sconti, riduzioni o esenzioni, il malcostume fiscale tipico della Seconda Repubblica. Può essere, come sosteneva James Buchanan, premio Nobel per l’economia e fondatore della Public Choice, che molti elettori siano del tutto sprovveduti perché votano contro i loro interessi. Sostanzialmente è quello che sta accadendo, con milioni di pensionati e lavoratori dipendenti che regalano privilegi fiscali a tutti gli altri quando vanno a votare, convintamente, per i partiti che sposano l’ideologia no tax.
Oggi gli economisti discutono molto sull’iniqua distribuzione del reddito che assumerebbe nel tempo la forma della lettera K, con un ramo che sale, per i pochi fortunati, e uno che scende, per tutti gli altri. La politica italiana si è inventata negli ultimi decenni un fisco a forma di K, con i tartassati che pagano sempre di più e i privilegiati sempre di meno. Mentre un tempo questa palese ingiustizia fiscale era combattuta, ora invece non solo è accettata, ma anche giustificata.
Il fisco attuale non era quello immaginato dai politici che hanno realizzato la riforma del 1973, politici di tutti gli schieramenti che hanno bene impostato un meccanismo costituzionale che altri hanno sabotato, a destra ma anche a sinistra, e non con minore responsabilità. Che tutti paghino secondo le stesse regole le tasse in Italia, resta ancora un miraggio, oppure, da un altro punto di vista, risulta un ambizioso, quanto necessario, progetto da perseguire. Anche qui si tratta semplicemente di realizzare il dettato costituzionale.
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