Juni Habel – Evergreen In Your Mind: Misteriose ballate dalla Norvegia :: Le Recensioni di OndaRock
Nel 2023 l’album “Carvings” ha svelato al mondo la disarmante bellezza delle delicate e misteriose ballate firmate dalla compositrice norvegese Juni Habel.
Ritrovarla tre anni dopo con un bagaglio di canzoni egualmente intense e crepuscolari è uno di quei piaceri che non è facile condividere.
Tanto intime quanto essenziali, le composizioni di Juni Habel evocano l’integrità poetica di Karen Dalton, Linda Perhacs e Vashti Bunyan, ciò nonostante, non c’è alcun legame estetico che ne mini l’originalità. E’ una sinergia d’intenti, quella che lega l’artista di Oslo ai nomi sopra citati: dietro gli arpeggi chitarristici soavi e a tratti spettrali si nascondono spiritualità e irrequietezza, una fragilità e una flebile poetica che vanno colte nella loro interezza.
Una chitarra e una voce: ecco quanto basta a Habel per evocare paesaggi ricchi e sfaccettati, storie complesse eppur semplici e ordinarie. Come poche pennellate ben assestate su una tela, così le melodie colgono subito nel segno (“Another High”), le undici canzoni di “Evergreen In Your Mind” sono state composte nell’arco di due anni, lasciate maturare pian piano fino a spogliarsi di inutili orpelli.
Gioie e dolori si alternano con egual intensità, organo, pianoforte, violino, sintetizzatori, percussioni e chitarre elettriche aggiungono lievi sfumature cromatiche, senza alterare la natura prevalentemente acustica delle tracce.
L’album scorre senza incertezze tra arpeggi fluidi e cangianti dove non mancano contrappunti armonici (“I’d Like To See It”), un grezzo fingerpicking che si affida a un cantato sofferto e straziante (“I Lay My Trust”) e una coinvolgente ballata su accordi di flamenco e melodie dolenti come una preghiera laica (“Colours Close To Me”).
E’ facile perdersi tra i più accattivanti fraseggi melodici della luminosa “Stand So Still” o restare invischiati negli aspri accordi blues di “Sage”. Juni Habel è un’abile narratrice e un’eccellente guida per un viaggio in quei meandri sospesi tra realtà e sogno. Anche le simbologie più ambigue, come le opere di “Statues”, sono frutto di riflessioni tanto amare quanto confortanti, e quando per un attimo la voce svanisce e lascia spazio solo agli strumenti e a un flebile mormorio (“Gitarhum”), appare chiaro che il termine folksinger diventa sempre più stretto e poco adatto per definire un album come “Evergreen In Your Mind”.
In questa evoluzione da cantautrice a narratrice di paesaggi sonori più complessi, Juni Habel ha coinvolto anche suoni naturali catturati attraverso l’uso di materiali inusuali (in “Pearl Cloud Song” è percepibile il rumore della gamba del tavolino) o sfruttando il riverbero naturale delle pareti della propria casa, mentre la produzione di Stian Skadeen occulta in parte il ruvido minimalismo delle composizioni.
Alle tante domande poste dai testi, Juni Habel evita di dare una qualsiasi risposta: non importa, quella dell’artista norvegese non è una banale infatuazione filosofica, ma una profonda e mistica sinergia con la natura. “Evergreen In Your Mind” non è solo una raccolta di canzoni, ma un luogo dell’anima dove c’è ancora spazio per una magica utopia.
10/05/2026




