Alpini, bilancio in chiaroscuro per gli esercenti genovesi: sotto accusa gli stand e le chiusure
Genova. Tre giorni di festa, tutto esaurito negli alberghi, una grande area pedonale che ha lasciato più d’una suggestione per il futuro, un impatto economico stimato in decine di milioni di euro. Tutti contenti per l’adunata degli alpini a Genova? Non proprio: è un bilancio in chiaroscuro quello degli esercenti genovesi, divisi tra chi è riuscito a sfruttare l’occasione per fare affari d’oro e chi invece ha registrato addirittura una pesante contrazione rispetto agli incassi di un normale weekend di maggio.
“Nelle vie principali della città abbiamo lavorato bene – spiega Paolo Barbieri, direttore di Confesercenti Genova – ma in molte zone del centro storico e del Quadrilatero c’è stata sofferenza. Le aspettative erano ben diverse e non sono state rispettate. Al porto antico è andata bene per la Vespucci, ma non per l’Adunata”.
Come mai? “Date le chiusure anticipate a venerdì, molti genovesi hanno scelto di lasciare la città. È stato lanciato un allarme eccessivo sull’occupazione del centro – continua Barbieri -. Il blocco dei fornitori, che potevano consegnare solo di notte in alcune aree, ha fatto presagire un’affluenza massiccia a tutte le ore, cosa che poi non è avvenuta. Il risultato, con un’area pedonale così vasta, è che alcuni esercizi nelle vie secondarie hanno segnalato incassi ridotti del 50% rispetto ai soliti weekend“.
Ma sotto accusa finiscono anche i numerosi stand e punti ristoro gestiti dagli organizzatori dell’Adunata che hanno occupato i punti nevralgici della manifestazione: piazza della Vittoria, piazza Colombo, piazza Matteotti, via Petrarca. “Questo ha contributo a richiamare le persone in quelle piazze senza far sì che i flussi si diffondessero altrove”, denota ancora il direttore di Confesercenti.
In una nota Confcommercio Genova parla di bilancio complessivo “certamente positivo, sia in termini di reputazione sia per l’impatto generato sui flussi turistici”. Ma poi arrivano i distinguo: “Il comparto della somministrazione e della ricettività ha registrato risultati molto soddisfacenti, soprattutto nelle aree centrali e in prossimità dei principali flussi e dei pernottamenti. Diversa la situazione per il commercio di beni non immediatamente collegati alle esigenze dei visitatori, che ha risentito della riduzione della presenza dei residenti: molti genovesi, potendo, hanno scelto di allontanarsi dalla città durante i giorni dell’evento“.

Il caso Groove e il dibattito tra i ristoratori
Ha fatto molto discutere sui social il video postato dai giovani gestori di Groove, hamburgeria del centro storico a pochi passi da via Garibaldi. “Dal nostro punto di vista – dicono – è stato un disastro totale. Abbiamo incassato un quarto rispetto al solito triplicando le ore lavorate. Belli gli alpini, ma mi sa che a fine mese gli dobbiamo mandare le bollette da pagare”.
Poi spiegano le ragioni, in linea con quelle esposte dalle associazioni di categoria: “È da più di un mese e mezzo che fornitori, giornali e politici fanno terrorismo psicologico. Normalmente ci affidiamo a piccole realtà genovesi, in questo caso ci siamo rivolti ad aziende esterne. Timossi e Forst ci hanno mandato 48 fusti di birra, non ne abbiamo dati neanche due. Di 1.500 panini ordinati ne sono andati 48. È stata fatta una comunicazione sbagliata per il cittadino genovese: strade chiuse, scuole chiuse, parcheggi zero. Chi ha potuto se n’è andato via. E poi non ci avevano detto che la città sarebbe stata riempita in ogni angolo di punti ristoro adibiti a sfamare e dissetare tutti gli alpini. Non lo troviamo giusto”.
Nei commenti l’azienda Timossi replica: “I 48 fusti citati nel video sono stati consegnati interamente in conto vendita, proprio per permettervi di non perdere eventuali opportunità di vendita senza però lasciarvi il rischio economico dell’invenduto, che infatti stiamo ritirando completamente a nostre spese“.
A intervenire è anche il titolare del bar Al Parador di piazza della Vittoria: “Non posso essere che felice di aver ospitato gli alpini ma comprendo il disappunto di molti miei colleghi che non sono stati così fortunati. Purtroppo quando si capita in mani sbagliate (parlo di alcuni fornitori) questo è il risultato”. E continua: “Fare impresa significa anche guardarsi intorno, contrattare con i fornitori e prendere accordi sull’invenduto, non sempre è colpa di altri, spesso è colpa di noi stessi“.
“Noi, per fortuna, abbiamo deciso di rischiare, analizzare la situazione e modificare gli ordini dopo aver visto quanti punti vendita di cibo stavano montando in città – scrivono dall’Osteria da Canneto riferendo un +50% di fatturato -. La logica avrebbe dovuto essere quella di sostenere bar e ristoranti che lavorano tutto l’anno, pagando tasse e contribuendo ogni giorno all’economia della città. Invece è stata riempita di stand temporanei di cibo e bevande. Per gli alpini era ovviamente più comodo comprare lì e, sinceramente, probabilmente avremmo fatto lo stesso anche noi”.




