Notre Dame, Graziano Galatone: «Sono profondamente legato alla Calabria. Qui è iniziata la mia carriera»
Notre Dame de Paris infiamma il PalaCalafiore di Reggio Calabria. Nel ruolo di Febo, Graziano Galatone confessa nella nostra intervista: «Sono profondamente legato alla Calabria. Qui è iniziata la mia carriera».
REGGIO CALABRIA – Febo, in Notre Dame de Paris, è il volto seducente e contraddittorio del desiderio quando si maschera da nobiltà. Capitano delle guardie, uomo d’onore solo in superficie, incarna un’energia giovane e impetuosa che entra in scena con la sicurezza di chi crede di dominare il proprio destino. È elegante, carismatico, brillante, istintivo: vive di slanci, di sguardi, di decisioni che sembrano fulminee ma raramente sfiorano la profondità. Ed è proprio in questa leggerezza emotiva che si rivela la sua umanità più fragile. È l’ordine che danza con la tentazione senza mai afferrarla davvero. È il movimento continuo di un desiderio che si accende e si consuma nello stesso istante in cui nasce.
L’incontro con Esmeralda non è scelta: è tempesta. È un’onda che lo travolge senza pietà, lo strappa dall’illusione del controllo e lo espone, improvvisamente, alla nudità delle proprie contraddizioni. Ed è così che Febo smette di essere solo soldato per diventare vulnerabilità pura, incapace di sostenere il peso delle promesse, delle conseguenze, delle proprie esitazioni. Il suo fascino scenico nasce proprio da questo contrasto febbrile: l’eroe che si incrina, il coraggio pubblico che vacilla nella fragilità privata, l’immagine lucente che si sporca di verità. È una figura che trova piena intensità interpretativa grazie a interpreti come Graziano Galatone, capace di restituirne la complessità emotiva. Se Frollo è il controllo che implode e Quasimodo è l’amore assoluto e incondizionato, Febo rappresenta la zona grigia: l’attrazione, l’ego, la difficoltà di assumersi fino in fondo le responsabilità delle proprie scelte.
Mentre David Zard e Clemente Zard hanno dato vita alla grande macchina scenica dello spettacolo, sulle immortali musiche di Riccardo Cocciante, la magia continua a rinnovarsi ogni sera, attraversando il tempo senza perdere intensità. Portato in Calabria per la sesta volta dal promoter Ruggero Pegna, all’interno della 40ª edizione della rassegna Fatti di Musica, lo spettacolo ha infiammato il pubblico al PalaCalafiore di Reggio Calabria. Nella nostra intervista, la voce di Graziano Galatone si fa più autentica, intensa, confidenziale. L’artista, originario di Palagianello (in provincia di Taranto), torna in uno spazio che va ben oltre la scena: una casa emotiva, profonda, viscerale, che precede il palcoscenico e lo trascende, diventando luogo dell’anima prima ancora che della rappresentazione.
Graziano Galatone racconta il suo legame con la Calabria
Tra le luci che fendono il palcoscenico e l’onda calda che sale dalla platea, la voce di Graziano Galatone si fa racconto, memoria, riconoscenza. Il suo legame con la Calabria affiora immediato, come una radice viva che continua a sostenere e nutrire il suo percorso umano e artistico, in particolare attraverso l’iconico ruolo di Febo in Notre Dame de Paris. Un legame che non appartiene solo al sentimento, ma alla formazione stessa della sua identità artistica, nata proprio qui e poi proiettata verso Roma e il grande teatro. «Sono profondamente legato alla Calabria e ai calabresi – confessa l’artista –. Qui è iniziata la mia carriera. Proprio grazie a questa regione mi sono trasferito a Roma, dove ho avuto l’opportunità di sostenere il provino per Notre Dame de Paris».
Un filo diretto, quasi invisibile ma potente, che lega la sua crescita professionale a questa terra. E il pubblico calabrese, soprattutto quello di Reggio Calabria, risponde con una presenza che non è mai passiva: è partecipazione, ascolto, energia condivisa. «Il pubblico di Reggio Calabria è straordinario: elegante, attento, abituato al teatro. Sia i giovani che gli adulti dimostrano grande sensibilità verso questo tipo di spettacolo».
Perché Notre Dame de Paris continua a incantare il pubblico di tutte le età?
C’è un motivo se Notre Dame de Paris continua a riempire teatri in tutta Europa, attraversando epoche e generazioni senza perdere forza emotiva. «È uno spettacolo senza tempo. Le musiche sono intramontabili e hanno la capacità di emozionare generazioni diverse. È un’opera che conserva una sua magia unica, sempre attuale», osserva l’artista.
In questo universo visionario, ogni interprete trova il proprio spazio emotivo. Per Graziano Galatone, quel centro si chiama “Bella”: «È una canzone a cui sono molto legato perché mi permette di esprimere la parte più emotiva e innamorata del mio personaggio, diversa da quella più oscura». Dietro la potenza scenica, però, si nasconde una sfida continua. Interpretare un ruolo così stratificato richiede un equilibrio delicatissimo, una linea sottile tra luce e ombra. «La difficoltà principale è bilanciare costantemente due dimensioni opposte: la bontà e la sincerità del cuore da un lato, e l’ambiguità dall’altro. È un personaggio complesso, che richiede grande attenzione emotiva».
L’alchimia nel cast di Notre Dame de Paris
Se la scena è il luogo della finzione, il backstage è lo spazio più autentico in cui nascono legami sinceri: «Siamo veramente un cast eccezionale», racconta Graziano Galatone con entusiasmo. «Abbiamo accolto nuovi giovani colleghi che si sono integrati immediatamente. Siamo un cast affiatato, senza alcuna distanza tra noi». Un’armonia che si riflette inevitabilmente sulla scena, trasformando ogni replica in un organismo vivo, in continua evoluzione.
Il messaggio di Graziano Galatone ai giovani e al pubblico
Ma il teatro, per Graziano, non è solo arte: è disciplina, sacrificio, consapevolezza. Il suo consiglio ai giovani che sognano questo mestiere è diretto, senza scorciatoie: «Non pensate che sia un percorso semplice. Servono tenacia, fiducia e costanza. Non bisogna mai arrendersi, ma è anche importante essere consapevoli dei propri limiti e capire quando è il momento di cambiare strada. I sogni sono importanti, ma devono essere affrontati con realismo». E quando il sipario sembra chiudersi davvero, resta l’essenziale. Un ultimo saluto al pubblico? «Viva la Calabria». Poi la voce si apre in canto, e lo spazio si riempie di radici e appartenenza con “Tata ca moru”.
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