Garlasco, carabiniere indagato per lo scontrino di Sempio e gli errori della prima inchiesta
Ai magistrati Cassese aveva dichiarato che, se il verbale fosse stato interrotto per acquisire lo scontrino o se il documento fosse stato portato da qualcun altro, ciò sarebbe stato annotato. Disse inoltre di non essersi stupito del fatto che Sempio avesse con sé lo scontrino. Ma per la Procura ci sarebbero ulteriori elementi critici. In particolare, i pm hanno rilevato una serie di sovrapposizioni temporali considerate difficilmente compatibili. Il verbale di Sempio risultava infatti redatto tra le 10.30 e le 14.40 del 4 ottobre 2008 dagli stessi verbalizzanti — Cassese e il maresciallo Flavio Devecchi — che, nello stesso arco di tempo, stavano interrogando anche altri amici di Marco Poggi, tra cui Alessandro Biasibetti e Mattia Capra. Secondo gli atti, Biasibetti venne sentito dalle 11.25 alle 12.10, mentre Capra dalle 13.25 alle 14.20, sempre negli stessi locali e con gli stessi militari presenti. Una circostanza che ha spinto i magistrati a chiedere spiegazioni all’ex ufficiale nel corso di una seconda convocazione, il 27 giugno scorso, questa volta direttamente in Procura a Pavia.
Il malore non verbalizzato
Davanti ai pm, Cassese avrebbe ammesso la possibilità che il verbale di Sempio fosse stato sospeso senza che l’interruzione venisse formalizzata. “Posso solo supporre che sia mancante la sospensione del verbale”, avrebbe dichiarato, ipotizzando che durante quella pausa fosse stata svolta “altra istruttoria”. A rendere ancora più delicata la posizione dell’ex comandante è poi emerso un ulteriore episodio mai riportato nel verbale ufficiale: durante l’interrogatorio Andrea Sempio si sentì male, tanto da richiedere l’intervento del 118. I sanitari intervennero per una “lipotimia” alle 11.19, con un intervento durato circa 16 minuti.
Interrogato anche su questo punto, Cassese ha risposto più volte di non ricordare l’episodio. Ai magistrati che gli chiedevano se un eventuale intervento dell’ambulanza sarebbe stato verbalizzato, l’ex ufficiale ha risposto di sì. Quando però gli è stata mostrata la scheda del 118, avrebbe ribadito: “Non ricordo”. A quel punto, secondo quanto emerge dagli atti, l’aggiunto Civardi ha interrotto il verbale leggendo a Cassese l’articolo 371 bis del codice penale, quello che punisce chi rende dichiarazioni false o reticenti al pubblico ministero. La vicenda dei cosiddetti “verbali sospetti” era già emersa nei mesi scorsi e lo stesso Cassese, intervenendo in televisione, aveva parlato di possibili “cappellate” compiute nella gestione degli atti investigativi. Ora quelle anomalie sono diventate materia di un nuovo filone giudiziario destinato a riaprire interrogativi sulle prime fasi dell’inchiesta che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.
La prima inchiesta e gli errori
La prima indagine sull’omicidio della 26enne partì subito male. Il corpo della vittima non venne pesato perché all’obitorio mancava una bascula, una bilancia particolare. Questa mancanza comportò l’incertezza sull’ora della morte. In un primo momento l’orario presunto su fissato tra le 10.30 e mezzogiorno, successivamente l’orario era stata anticipato e l’omicidio è stato collocato temporalmente tra le 9.12 e le 9.35. Quando il cadavere fu esaminato la prima volta erano da poco passate le 14 e non c’era ancora rigor mortis. Due giorni dopo il funerale il cadavere era stato riesumato per rilevare le impronte digitali di Chiara: nessuno si era ricordato di farlo. Ora la consulente della procura, la professoressa Cristina Cattaneo, ritiene che la morte sia avvenuta in due possibili fasce che includono Sempio, ma non escludono Stasi.
Altra nota dolentissima la bicicletta nera. Fu indicata subito dopo il delitto da una testimone, ma quella posseduta dalla famiglia Stasi venne solo visionata da un maresciallo, che non la sequestrò perché non corrispondeva alla descrizione. Il carabiniere è stato poi condannato per falsa testimonianza in appello e prescritto in Cassazione. Sarà acquisita solo dopo 7 anni nel processo d’appello ‘bis’, quando si scoprirà inoltre che la famiglia Stasi ne aveva un’altra nella casa al mare.
Non furono controllate altre bici nere da donna di proprietà di persone legate alla vittima. Sul caso della bicicletta erano entrati nel merito proprio i giudici della Cassazione che ribadirono come “la scelta anomala di non sequestrare nell’immediatezza la bicicletta nera da donna della famiglia Stasi” è “stata correttamente individuata come un evento che avuto indubbie ripercussioni negative” sulle indagini. Bici che era stata vista appoggiata al muretto della casa dei Poggi intorno alle 9 del 13 agosto 2007, orario compatibile con l’omicidio di Chiara, e vista anche da un’altra testimone.
La bicicletta sarà sequestrata, però, solo nel 2014, a sette anni dall’omicidio, quando qualcuno le aveva già sostituito i pedali, dove furono poi ritrovate tracce del Dna di Chiara Poggi. Una prova che, se acquisita subito, avrebbe potuto cambiare il tortuoso iter processuale. “Un anello mancante” nell’andamento dell’attività investigativa secondo la Cassazione. Ma nonostante il mancato sequestro, la Cassazione spiega adesso che nel vagliare gli indizi che hanno portato a ritenere Stasi colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”, la Corte d’appello di Milano nel processo bis si è correttamente fatta carico della “mancanza di tale tassello”, valorizzando gli altri elementi probatori.
Le omissioni
Le Lacoste color bronzo indossate da Alberto furono acquisite solo dopo 19 ore la scoperta del corpo senza vita di Chiara. Gli vennero sequestrate anche altre cinque paia di scarpe, ma non sono tutte quelle che possedeva: i carabinieri si limitano a prendere quelle che Stasi consegna loro. Sulle scarpe era emerso con un’inchiesta giornalista che Stasi aveva comprato nel maggio 2007, un paio di scarpe taglia 42, di marca Geox o Frau, che però non figurano tra quelle consegnate ai carabinieri dal giovane. Un paio di Frau 42 modello estivo, come era stato accertato nel processo, erano proprio quelle indossate dall’assassino, che avevano lasciato le impronte sul pavimento insanguinato con la loro suola a pallini. Accertamenti che non finirono agli atti, perché furono portati a termine pochi giorni prima della sentenza d’appello bis e non ci fu tempo di svilupparli.
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