Friuli Venezia Giulia

No xe storie | La sinistra perde gli operai e trova la Flotilla

7 maggio 2026 – ore 06:30 – Cgil e anarchici pronti a bloccare l’Italia per la Flotilla. Mancava soltanto questo epilogo grottesco alla lunga decadenza della sinistra italiana: lo sciopero generale per una nave militante fermata da Israele. Un tempo il sindacato fermava il Paese per Mirafiori, per l’articolo 18, per la scala mobile. Oggi lo ferma per Thiago Ávila, attivista brasiliano orbitante nell’internazionale antagonista, e per Saif Abukeshek, leader palestinese della Global Sumud Flotilla. È il passaggio storico dalla questione operaia alla geopolitica performativa. La verità è che la Flotilla non interessa quasi nulla agli italiani. La benzina sì. Gli stipendi sì. Le liste d’attesa sì. Ma da anni una parte della sinistra radicale non riesce più a parlare del lavoro senza trasformarlo in una sottocategoria dell’anti-occidentalismo. Così ogni vertenza diventa Palestina, ogni corteo diventa Gaza, ogni sciopero una manifestazione “contro il riarmo”, “contro il colonialismo”, “contro il genocidio”. Slogan enormi, spesso sproporzionati, che servono soprattutto a mascherare un vuoto politico.

Il dettaglio decisivo infatti è questo: Landini e la Cgil arrivano sulla Flotilla nel momento di massima crisi del sindacalismo tradizionale. Gli iscritti diminuiscono, il lavoro cambia, le nuove generazioni considerano il sindacato un pezzo del Novecento burocratico. E allora cosa resta? La mobilitazione morale permanente. Il sindacato diventa movimento. Non rappresenta più categorie sociali ma stati d’animo ideologici. Del resto Maurizio Landini è l’ultimo erede di una lunga trasformazione. La Cgil di Giuseppe Di Vittorio parlava ai braccianti. Quella di Luciano Lama cercava persino una compatibilità col sistema democratico e industriale italiano. Quella di Sergio Cofferati faceva opposizione politica. Quella di Landini sembra invece un ibrido tra il centro sociale e l’assemblea universitaria del 1977. Meno fabbrica, più piazza globale. Non è casuale che accanto alla Cgil ci siano Usb, Cobas, Si Cobas e soprattutto i Carc, cioè i Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo: organizzazione che ancora utilizza il linguaggio della lotta rivoluzionaria anni Settanta e che oggi parla apertamente di sciopero “in barba alle leggi anti-sciopero”. È il riflesso di una nostalgia politica precisa: quella dell’autunno caldo, dell’estremismo extraparlamentare, dell’idea secondo cui il conflitto sociale debba degenerare in scontro permanente con lo Stato.

Dietro il folklore c’è infatti un problema serio. Quando le piazze vengono costruite sistematicamente attorno alla delegittimazione delle istituzioni democratiche, il confine tra protesta e radicalizzazione si assottiglia. Il 3 ottobre 2025, durante le manifestazioni per la Flotilla, a Milano e Roma si contarono decine di feriti tra le forze dell’ordine. Alla stazione milanese vennero sfondate vetrate e cancelli. Scene che ricordano il vecchio antagonismo no global dei primi Duemila, da Genova 2001 fino alle derive più violente dei centri sociali metropolitani. La stessa Flotilla è figlia di quella cultura politica. Non è soltanto una missione umanitaria: è una messa in scena mediatica studiata per provocare l’incidente internazionale. La storia delle flottiglie per Gaza nasce infatti nel 2010 con la Mavi Marmara turca, abbordata dagli israeliani con morti e feriti. Da allora ogni spedizione segue lo stesso schema: attivisti occidentali, forte copertura social, retorica umanitaria, sfida simbolica a Israele e inevitabile scontro diplomatico. Anche stavolta il copione era già scritto. Appelli pronti, accuse di “pirateria”, denunce alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, parlamentari italiani trasformati in testimonial della causa. Non appena Israele è intervenuto, il meccanismo comunicativo si è acceso automaticamente. La Flotilla non trasporta soltanto aiuti: trasporta soprattutto narrazione politica.

E infatti il linguaggio usato è rivelatore. Non si parla mai di guerra ma solo di “genocidio”. Non di fermo ma di “rapimento”. Non di operazione militare ma di “pirateria”. È la grammatica dell’attivismo contemporaneo: estremizzare i termini per spostare il conflitto sul terreno morale assoluto. Se tutto è genocidio, l’avversario non è più un nemico politico ma un criminale assoluto. E contro il criminale assoluto ogni forma di radicalizzazione diventa lecita. Per questo la vicenda interessa anche oltre Gaza. Qui si misura la trasformazione culturale dell’Occidente progressista. Una parte della sinistra europea non ragiona più secondo categorie sociali ma secondo categorie morali globali: colonizzatori e colonizzati, oppressori e oppressi, vittime e carnefici. Israele diventa così il simbolo universale dell’Occidente armato; la Palestina il contenitore emotivo di tutte le rivoluzioni mancate. Intanto però la realtà resta meno poetica. I leader della Flotilla accusano l’Italia di non averli difesi abbastanza mentre usufruiscono della protezione diplomatica italiana. I parlamentari che insultano il governo chiedono poi al governo di riportarli a casa. Gli attivisti “contro il sistema” utilizzano tribunali internazionali, ambasciate e media occidentali per legittimarsi. È il paradosso dell’estrema sinistra contemporanea: anti-occidentale dentro l’Occidente, rivoluzionaria sotto tutela istituzionale. Al momento una data ufficiale e definitiva per lo “sciopero generale della Flotilla” non esiste ancora, ma il riferimento più concreto resta il 29 maggio, giorno in cui diversi sindacati di base hanno già proclamato uno sciopero nazionale. Il risultato è il solito caos della galassia antagonista: tutti vogliono bloccare il Paese, ma nessuno riesce ancora a mettersi d’accordo nemmeno sul giorno esatto.

L’editoriale è di Francesco Viviani




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