Friuli Venezia Giulia

autogestione e conflitto istituzionale in Friuli


La ricostruzione del Friuli dopo il sisma del 6 maggio 1976 è spesso presentata come un successo armonico tra popolo e istituzioni. Tuttavia, lo studio delle fonti orali e dei documenti prodotti dai terremotati rivela una realtà più complessa, segnata da una pronunciata diffidenza, al tempo, verso la politica ufficiale. È quanto emerge da un testo pubblicato sul sito dell’enciclopedia Treccani, che prende spunto anche dal lavoro dello storico gemonese Igor Londero, che sul tema scrisse per Forum, nel 2008, “Pa sopravivence, no pa l’anarchie – Forme di autogestione nel Friuli terremotato: l’esperienza della tendopoli di Godo (Gemona del Friuli)”.

Il testo completo che si trova sul sito della Treccani

Il fallimento della rappresentanza

Il “caso Friuli” del 1976, si legge nel documento, ha mostrato come, nel momento del trauma, il sistema dei partiti e dei sindacati sia stato percepito come un corpo estraneo. La popolazione non si è affidata alle deleghe elettorali, ma ha riattivato meccanismi di difesa premoderni simili alle antiche “vicinie” (consigli di villaggio per i beni comuni). Questo “spontaneismo” non è stato un atto di anarchia ideologica, ma una necessità pragmatica di sopravvivenza di fronte a uno Stato rimasto “cieco e monco” per settimane in base alla ricostruzione dell’autore.

Lo scontro tra comitati e potere

I comitati di tendopoli, nati per gestire mense e soccorsi, sono diventati in breve tempo contropoteri politici. Le tensioni più forti emersero su tre fronti: il rifiuto di abbandonare le borgate per grandi campi recintati gestiti dall’esercito, visti come strumenti di controllo e sradicamento; la popolazione difese i volontari esterni dalle perquisizioni e dai ‘fogli di via’ della polizia, arrivando a rilasciare documenti di riconoscimento propri, in aperta sfida alla legalità statale; mentre i sindaci rivendicavano il potere in quanto eletti, i comitati rispondevano con pratiche di democrazia diretta, indicendo elezioni nei campi che vedevano partecipazioni elevatissime.

La piazza di Trieste e l’estraneità regionale

Il culmine della crisi avvenne il 16 luglio 1976, quando migliaia di friulani manifestarono a Trieste contro il Consiglio regionale. L’episodio, in base a quanto affermato, smentisce l’idea di una rapida identificazione dei friulani con l’ente Regione. Al contrario, la Regione sarebbe stata individuata come un interlocutore distante e “impaurito”, con cui trattare solo da una posizione di forza. Significativa fu la rottura con i sindacati e i partiti tradizionali, che cercarono fino all’ultimo di sabotare la protesta di Trieste per convogliarla verso Udine, nel tentativo di recuperare il ruolo di mediatori che la base aveva loro sottratto.

Un’eredità rimossa

Nonostante l’efficacia di questo modello nel salvare il tessuto sociale, l’esperienza dei comitati è stata oggetto di una parziale damnatio memoriae istituzionale in base a quanto si legge. Una volta terminata l’emergenza, il sistema politico tradizionale (con la DC in testa) riassorbì il consenso, mentre le istanze di democrazia diretta nate nelle tende non riuscirono a trasformarsi in una proposta politica duratura, lasciando spazio a una narrazione ufficiale che preferisce celebrare l’efficienza burocratica rispetto alla spinta autonomista dal basso.


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