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Bocciature e ‘promozioni facili’, il CNDDU: “Superare la falsa alternativa tra severità e indulgenza”

Il dibattito sulle bocciature e le cosiddette “promozioni facili” rischia di ridursi a uno scontro tra schieramenti. Secondo il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, questa semplificazione non aiuta a capire la vera posta in gioco.

Non può essere affrontato con slogan semplificatori né con contrapposizioni ideologiche”, si legge in una nota del presidente, Romano Pesavento.

Per l’associazione, il problema non è scegliere tra bocciare o promuovere a tutti i costi. “Si ignora il nodo centrale: la crescente difficoltà del sistema scolastico nel garantire percorsi autentici di crescita culturale, emotiva e civile”. Da un lato ci sono insegnanti schiacciati “tra pressioni burocratiche, conflittualità con le famiglie, logiche difensive e una diffusa paura del fallimento scolastico”. Dall’altra, una visione rigidamente selettiva che scarica “esclusivamente sugli studenti il peso delle fragilità educative e delle disuguaglianze sociali”.

Il documento richiama tre voci del Novecento pedagogico. Don Lorenzo Milani denunciò la scuola che si diceva egualitaria ma abbandonava i più fragili. Paulo Freire mise in guardia da ogni modello educativo “fondato sulla colpevolizzazione dell’alunno”. John Dewey ricordò che educare non significa preparare meccanicamente alla selezione sociale. Oggi, sostiene il CNDDU, quelle riflessioni sono più attuali che mai.

Una scuola inclusiva non significa indulgente. “Promuovere studenti privi delle competenze essenziali significa spesso rinviare il problema, trasformando le lacune in esclusione futura, in dispersione implicita, in perdita di fiducia”. Ma neppure la severità fine a se stessa funziona: rischia di produrre “marginalizzazione, ansia e senso di inadeguatezza, soprattutto nei contesti più fragili”.

Il vero interrogativo, per il Coordinamento, è ciò che precede la bocciatura. Quando uno studente arriva in fondo al primo ciclo senza gli strumenti necessari, “non è possibile leggere tale situazione esclusivamente come una responsabilità individuale”. Bisogna invece guardare alla qualità dell’accompagnamento, alla tempestività dei recuperi, all’efficacia dell’orientamento, al rapporto con le famiglie.

La pedagogia contemporanea parla ormai di “dispersione implicita”: ragazzi promossi ma privi delle competenze per esercitare cittadinanza e autonomia critica. Per Pesavento, questa è “una delle emergenze educative più gravi del nostro tempo, perché produce disuguaglianze silenziose e spesso irreversibili”.

La ricetta del CNDDU passa per una “profonda innovazione culturale”. Occorrono modelli fondati sull’individuazione precoce delle fragilità, percorsi personalizzati, tutoraggio stabile e una “valutazione narrativa” che aiuti lo studente a capire davvero le proprie difficoltà. “La responsabilità educativa deve diventare realmente condivisa tra scuola, famiglia e studente attraverso un patto formativo progressivo e trasparente”.

La conclusione del documento evita ogni estremismo. “La vera innovazione non consiste nell’essere più severi o più indulgenti. Consiste nel costruire una scuola capace di coniugare verità e cura, rigore e accompagnamento, responsabilità e inclusione”. Senza nascondere le fragilità dietro promozioni simboliche, ma senza trasformare l’insuccesso in stigma sociale. “Il diritto all’istruzione non può ridursi al semplice diritto a ‘passare l’anno’”, scrive Pesavento. Deve tornare a essere “il diritto di ogni giovane ad essere accompagnato seriamente verso la piena realizzazione della propria persona”.


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