Inter, la svolta con 14 vittorie in 15 gare: così cambia passo e stacca le rivali
Dalle macerie di una notte europea al tricolore cucito sul petto. La cavalcata dell’Inter, chiusa con il 2-0 sul Parma, parte da una data precisa: il 31 maggio 2025. Quella sconfitta nella finale di Champions contro il Psg sembrava aver chiuso un ciclo, invece ha segnato l’inizio di un nuovo percorso. Nel giro di poche settimane arrivano l’addio di Simone Inzaghi, volato in Arabia Saudita, e la scelta di affidarsi a Cristian Chivu, una soluzione che all’inizio aveva il sapore della scommessa.
L’estate è tutt’altro che tranquilla. Il Mondiale per club e l’eliminazione contro la Fluminense portano alla luce tensioni interne. Lautaro Martinez non usa mezzi termini: «Chi non vuole restare se ne deve andare. In questa squadra devi volerci stare, ho visto tante cose che non mi sono piaciute». Parole pesanti, indirizzate soprattutto a Hakan Calhanoglu, che fanno temere una frattura.
Succede invece il contrario. Dopo la pausa, il gruppo si ricompatta. I risultati iniziali non aiutano: due sconfitte nelle prime tre giornate di campionato alimentano dubbi e critiche. Ma la squadra cresce, ritrova fiducia anche grazie alle vittorie in Europa contro Ajax e Slavia Praga e comincia a costruire il proprio cammino anche in Serie A.
Il passaggio chiave arriva all’ottava giornata, con la sconfitta contro il Napoli. Quello che poteva essere un punto di rottura diventa una svolta. L’Inter reagisce, batte Fiorentina e Verona e si rimette in corsa. All’undicesima giornata, complice un passo falso dei partenopei, i nerazzurri si ritrovano in vetta e iniziano a dare continuità ai risultati.
Non è una stagione senza ostacoli. Arrivano il derby perso con il Milan, la caduta in Europa con l’Atletico Madrid, la Supercoppa sfumata ai rigori contro il Bologna e, a febbraio, l’eliminazione dai playoff di Champions contro il Bodo/Glimt. Ma ogni volta la squadra reagisce, senza perdere la direzione.
La vera differenza arriva tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. In quel periodo l’Inter infila 14 vittorie in 15 partite in campionato. È lì che si crea il solco decisivo con Napoli e Milan. I nerazzurri allungano fino a otto, poi a dieci punti, gestendo anche le fasi più complicate della stagione.
Il 2026 si apre con una squadra consapevole dei propri mezzi. Campione d’inverno, capace di controllare il vantaggio anche nei momenti meno brillanti, tra pareggi e un altro derby perso a marzo. Quando le inseguitrici provano a riavvicinarsi, l’Inter risponde senza strappi, con una solidità che diventa la sua arma migliore.
La rimonta di Como, da 0-2 a 4-3, resta l’immagine simbolo: una squadra che non si disunisce e sa colpire al momento giusto. Da lì in poi è un allungo progressivo, accompagnato anche dagli inciampi delle rivali, fino alla vittoria finale.
È il primo trofeo dell’era Oaktree, il terzo dell’era Marotta, che arriva a dieci titoli da dirigente. È anche il terzo scudetto per un gruppo guidato da Barella, Bastoni e Lautaro. Un titolo diverso dagli altri: non un dominio continuo, ma una crescita costruita nel tempo. Non una marcia trionfale, ma una ricostruzione che ha riportato l’Inter a vincere.
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