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Autismo e neurodiagnosi precoci, Novara: “Bisognerebbe avere un filo di prudenza prima di dichiarare autistico un bambino di un anno e mezzo o due”

Su VITA Società Editoriale e tramite i propri canali social, il fondatore del Cpp Daniele Novara solleva una questione cruciale legata alla crescita delle neurodiagnosi nei minori.

Il pedagogista accoglie e rilancia i dubbi di grandi specialisti internazionali, tra cui Uta Frith e Michele Zappella, i quali ritengono fondamentale una profonda revisione dei parametri di valutazione clinica legati all’autismo.

Il rischio concreto è quello di allargare a dismisura il raggio d’azione medico, coinvolgendo alunni che presentano esclusivamente delle fatiche emotive e comportamentali. Riferendosi all’analisi della psicologa britannica, Novara ha precisato: “A causa di diversi fattori culturali, lo spettro è diventato via via sempre più inclusivo. E penso che ora sia arrivato al punto di collassare, tanto che l’aumento dei casi non si può spiegare soltanto con la maggiore consapevolezza”.

La fretta di certificare le fatiche evolutive

Già due anni fa, insieme ad altri professionisti del settore, l’esperto aveva lanciato il documento programmatico Ripensare l’autismo. In quel frangente, gli autori avevano denunciato come le scuole tendano a segnalare in tempi rapidissimi i fanciulli con difficoltà di sviluppo. Spesso le famiglie vengono indirizzate con insistenza verso i centri specializzati, trascurando il mondo relazionale e affettivo del piccolo.

Queste dinamiche, alimentate da una comunicazione spesso allarmistica, generano una vera e propria fobia della patologia all’interno delle mura domestiche. La tendenza attuale mostra un incremento vertiginoso delle valutazioni psichiatriche in età precocissima. A tal proposito, Novara ha suggerito: “Come minimo, bisognerebbe avere un filo di prudenza prima di dichiarare autistico un bambino di un anno e mezzo o due”.

Il sonno negato e la confusione clinica

Il concetto stesso di spettro autistico ha finito per inglobare persino la sindrome di Asperger, una definizione oggi sempre meno impiegata alla luce delle indagini storiche riportate da Edith Sheffer nel saggio I bambini di Asperger. Di fronte al confine sbiadito tra un atteggiamento immaturo e un reale disturbo pervasivo, molti professionisti preferiscono comunque diagnosticare la malattia.

Il vero nodo da sciogliere riguarda l’emergenza pedagogica che coinvolge le figure adulte. Come già esplorato nel saggio Non è colpa dei bambini, la carenza di conoscenze porta i genitori a compiere scelte inadeguate. Novara riporta alcuni esempi legati all’igiene del sonno:

  • una bambina di diciannove mesi lasciata riposare appena nove ore al giorno;
  • l’abolizione del pisolino pomeridiano nelle scuole dell’infanzia, che priva i bimbi di tre anni di un ristoro essenziale per l’equilibrio cerebrale.

La privazione del riposo sfocia inevitabilmente in comportamenti disfunzionali, i quali vengono poi male interpretati e tradotti sbrigativamente in un’etichetta psichiatrica. Il calo delle competenze psicoevolutive e il diffuso affidarsi al fai-da-te stanno creando un cortocircuito relazionale.


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