Cultura

The Black Keys – Peaches!

Per ascoltare il quattordicesimo album dei Black Keys, per capire e ricostruire la storia del duo di Akron (Ohio), occorre andare a recuperare un brano come “Run Me Down” e soprattutto “Leavin’ Trunk”, cover di Sleepy John Estes, inserite nell’album d’esordio “The Big Come Up” del 2002. Il blues, per quanto se ne possa discutere, va prima di tutto sentito, intuito, toccato e quando si esclama la frase “You’ve got the blues” è perché il blues oltre ad essere il genere per eccellenza è soprattutto ça va sans dire un sentimento, una percezione, una sensazione, uno stato d’animo.

Credit: Larry Niehues

Dan Auerbach stava passando il peggior periodo della sua vita a causa delle condizioni di salute critiche ed irreversibili in cui riversava il papà, il suo amico d’infanzia e bandmate Patrick Carney ha pensato allora che “per Dan sarebbe stato un bene avere qualcosa da fare” e cosa se non di meglio che attaccare la chitarra all’amplificatore del proprio studio di Nashville, casa dell’etichetta discografica Easy Eye Sound propria di Dan, e dare voce e sfogo alle distorsioni e ai quarti tamburellati su un set minimal di batteria?

“Non stavamo registrando un disco. Stavamo improvvisando come se fosse per noi, era qualcosa di primitivo”, aggiunge Dan Auerbach, ma poi da cosa nasce cosa e se in studio cominciano ad entrare e jammare altri musicisti, ma soprattutto amici, è facile andare a rispolverare e riarrangiare brani del passato – come avevano già fatto qui – che hanno reso grande il genere di cui sopra. Se a questo si aggiunge la ricerca spasmodica di 33 e 45 giri da suonare ai dj-set sotto il nome di The Black Keys Record Hang, infiammando il dancefloor calpestato da texan boots e cowboy hats, il gioco è fatto.

Dieci cover customizzate sotto il marchio Black Keys che suonano come necessità comunicativa, artistica, evocativa, reverenziale, catartica. Brani graffianti e ondulatori, insistenti e montanti come le highways americane nelle scene d’inseguimento tipo “Una Battaglia dopo l’altra“, registrati in un paio di take con tutta la band riunita contemporaneamente nella stessa stanza in un preciso momento della vita in cui si ha il bisogno di uscire e respirare aria nuova anche se questo significa chiudersi dentro uno studio di registrazione.

Non c’è nulla di nuovo in questo album in termini di espressione artistica originale ed inedita, ma c’è l’emotività che spinge a suonare quel genere di musica che non richiede altro se non il coinvolgimento più totale in quello che si sta suonando, chiamando in causa la spiritualità ancestrale dell’uomo che ha bisogno di mettere in musica le proprie sensazioni, unendo ogni singolo elemento con l’altro, che siano persone o accordi o scale, in un rito taumaturgico.

Ne è un esempio il cortometraggio “The Singers” diretto da Sam A. Davis, riprendendo uno scritto di Ivan Turgenev, che ha vinto un Oscar lo scorso marzo nella sezione Best Live Action Short Film, in cui la musica trasforma la disperazione in unione.

Robert Johnson scriveva nella sua Crossroad “Yeah, standin’ at the crossroad, tried to flag a ride” e chissà se avrà mai trovato quel passaggio, certo è che in quell’incrocio di anime il blues echeggia ancora ipnotico e ci sarà sempre qualche macchina che frenerà inchiodando qualche metro più avanti alzando polvere, solcando la terra e i sassi, e aprendo con fare accogliente la portiera del passeggero.


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