«Essere ciechi è una condizione, non una condanna»: Nikolaus Fischnaller racconta il mondo senza vista – Cronaca
BOLZANO. «Se parli ti posso vedere…». Questo accade al Centro Ciechi St. Raphael di vicolo Bersaglio. C’è tanto verde e si sente perchè le piante sanno farsi sentire anche se uno chiude gli occhi. Hanno i loro messaggeri. Ci sono anche cento giovanissimi e giovani che vanno e vengono. Sono ciechi o ipovedenti. Qualcuno un po’ meno, altri no. «Stategli vicini. La distanza giusta è quella che possono coprire con le loro braccia», dice Nikolaus Fischnaller, il presidente.
Se toccano vedono. Se parli loro ti sentono e sanno vederti per quello che sei. Avvertono, scrutano con le mani. Al St. Raphael hanno modellini di foglie, case, animali, gran parte del creato può essere percorso dalle loro dita e quindi quando gli si dice “gatto”, loro lo conoscono, sanno come è fatto. E se lo ricorderanno anche quando avvertiranno il suo miagolio. Poi, se proprio, c’è chi se lo prende in braccio, un micio, lo annusa e capita che se lo faccia amico per la vita.Essere ciechi è una condizione che nessuno si augura. Ma c’è da augurarsi, nel caso, che ci sia Nikolaus Fischnaller nei paraggi. O qualcuno dei suoi 60 assistenti. E se si è piccoli e si è appena imparato a camminare, anche quei 5 o 6 specializzati nel trattare con chi non ha ancora visto il mondo e le sue luci e magari ne percepisce solo qualche bagliore. «E allora mettiamoci insieme ad inseguirlo e a capire se serve per imparare la vivere nonostante…», dice.
Lui, che dirige il Centro di Bolzano da quando Mariedl, sua sorella, che aveva fondato il “Blindenapostolat” le prime strutture di auto-aiuto nel 1956, se ne è andata, ha questa idea che, guardata da fuori può apparire balzana, e cioè che ognuno è fatto a modo suo e che ogni terapia, supporto, strumento, dialogo deve essere misurato sulla pelle di ognuno. La cecità non una, sono tante. Può crescere con gli anni, può esserci da sempre, è capace di far vedere alcune cose che si illuminano e altre no, è impressionata da qualche colore, oppure no, è solo buio. Ma dal buio si può uscire: con le mani, la voce, i nuovi strumenti che la tecnologia mette a disposizione.
Anche Nikolaus Fischnaller se ne serve. Quando gli si parla, si sente il ticchettio del suo computer tattile, l’eco di una attenzione che vuole ogni giorno aggirare, la sua cecità e farsi forza per dare una mano a quella degli altri.
E quanti sono?
Almeno 1600. Che ospitiamo e assistiamo.
Siete una potenza…
Probabile.
Nel centro c’è chi va e chi viene…
Come no. Abbiamo anche i residenti. Mangiano, studiano, dormono.
Da quando Bolzano ha questa fortuna?
Già all’inizio degli anni ’60, ancora con mia sorella, tra le persone cieche o ipovedenti era nato sempre più forte il desiderio di avere una struttura fissa. Doveva essere una residenza ma anche un centro di formazione e pure di incontro”.
Dicono che ci fu di mezzo un prete…
In verità un padre francescano cieco, Georg Eccli. Lui, Mariedl e una piccola squadra di volonterosi si dettero da fare nella ricerca. Poi, il miracolo: nel ’68, anche con l’aiuto del cappellano Josef Moroder, un prelato, Georg von Hepperger, donò in modo assolutamente inaspettato, terreno a Gries. Ad una condizione. Che vi fosse costruita una casa per ciechi. Partì una grande raccolta fondi, capitanata dalla Caritas tanto che, nel 1976, venne posta la prima pietra. Quel giorno venne qui il vescovo Josef Gargitter. Un gran giorno. Il 26 aprile 1980 l’inaugurazione.
Da allora che è accaduto?
Di tutto. Anche perchè dovevamo confrontarci con chi vedeva una struttura così come un ghetto. Si pensava che qui arrivassero i ciechi e basta, a doversene stare tra di loro e basta.
Invece?
Tutto il contrario. La nostra strategia è sempre stata l’inclusione, la fluidità tra dentro e fuori, la possibilità di visitare chi sta qui o di entrarci anche solo per percorsi di istruzione, o presa di contatto con gli strumenti di supporto o gli assistenti.
Che sarebbero?
Ad esempio, gli operatori di mobilità. lstruiscono alla camminata sicura, guidano nei percorsi, attivano la possibilità di avvertire segnali, di imparare gli itinerari e di gestirne di nuovi. Ora siamo un vero centro di competenze.
Anche con i bambini?
Loro seguono mappe di istruzione specifiche. Adottiamo modellini tattili, si insegna il contatto, la valutazione della distanza. Sono cento tra bambini e ragazzi, dalle elementari all’università. Trovano il senso della vita. Come lo intercettano gli adulti. La cecità è una condizione non una condanna. C’è tutto il resto della vita intorno, tutti gli altri sensi. E soprattutto ci sono gli altri, le persone intorno.
Qualche infrastruttura tecnica per gestire questa condizione?
L’orologio che parla per dirne una. E quindi acquisire il senso del tempo, possedere un ulteriore mezzo per non sentirsi esclusi da un dialogo.
Altri?
I computer con le immagini ingrandite. Oppure con la pulsantiera sonora. Avere dimestichezza con tutto questo significa procedere con maggior sicurezza entro i margini consentiti dallo stato delle cose”.
Uscite anche?
Beh, andiamo nelle classi. Intendo le scuole. Raccontiamo di noi, facciamo dialogare quei giovani con i nostri. Ma poi i gruppi del St. Raphael si muovono per il mondo.
Come per il mondo?
Siamo stati in gite culturali fino in Scozia, in Russia, in Israele, in Francia. Adesso abbiamo un bel programma che ci attende tra un po’. Ci aspetta l’Umbria. Ci sono tanti modi per vedere le cose. Ascoltare, toccare, avvertire le atmosfere, comprendere il senso di quanto avviene camminando su nuove strade, sfiorando i monumenti, assaggiando nuovi sapori….




