Preso di mira dai bulli a 11 anni, è diventato il pioniere del jiu-jitsu brasiliano in Alto Adige – Cronaca
BOLZANO. Ha cominciato a praticare le arti marziali per difendersi dai bulli, diventando maestro e cultore della lotta, concentrandosi sulla ricerca del “colpo perfetto”. Alessandro Federico, 57 anni di San Genesio, è maestro di jiu-jitsu brasiliano, una disciplina che egli stesso ha portato in Alto Adige circa venti anni fa e che oggi conta centinaia di appassionati. È entrato in una palestra per imparare a difendersi, quasi una necessità nella Milano violenta in cui era nato e in cui doveva sopravvivere e ha scoperto non soltanto le mosse per vincere un avversario, ma un nuovo modello di vita che lo ha portato su un percorso diverso da quello a cui sembrava destinato. Federico è stato carabiniere per 38 anni, in servizio a Bolzano fino al 2024 e, dice, la sua preparazione al combattimento gli è tornata spesso utile.
Cos’è il colpo perfetto?
È quel colpo che pone il tuo avversario, anche se di una taglia e un peso maggiore del tuo, in una condizione di assoluta inefficacia. Quel colpo che, con il minimo dispendio di energia da parte di chi lo pratica, rende l’avversario totalmente inerme. Dopo anni di ricerca l’ho trovato proprio in questa disciplina. E mi tornava utile anche quando indossavo l’uniforme.
Non era rischioso? Non temeva che qualcuno potesse farsi male?
Assolutamente no. Pensi ad una persona esagitata perché è sotto l’effetto di droga. In quelle condizioni, quando non sente dolore ed è insensibile ai colpi per vincerne la resistenza e renderlo inerme rischiavi di fargli del male. Invece, lo immobilizzavo, lo addormentavo e quando si risvegliava aveva le manette ai polsi. È una tecnica che si insegna in palestra e che provoca un repentino addormentamento, che dura pochi secondi e non ha conseguenze. Per l’esagitato è certamente meglio di tanti altri sistemi.
Nella sua carriera sportiva ha collezionato trofei internazionali di diverse categorie e discipline tra cui anche grappling e mma. È questo che la inorgoglisce?
Devo dire, soprattutto da quando ho tolto la divisa, ciò che mi da maggiore soddisfazione è l’insegnamento. Ho un centinaio di allievi in Alto Adige. A Bolzano alleno nei palasport di via Resia o via Trieste, oppure a San Genesio. Circa 300 allievi li alleno in palestre sparse nel nord Italia tra Piacenza, Trieste, Udine, Padova, Venezia.
Ricorda cosa la spinse ad entrare per la prima volta in una palestra di arti marziali?
Avevo 11 anni, ero esile, molto più dei miei coetanei, e vivevo a Milano in un contesto tipico di strada dove botte e bullismo non mancavano. Quando uscivo di casa, anche soltanto per andare a scuola, ero obbligato a prefissarmi, durante il percorso, dei luoghi in cui rifugiarmi nel caso di aggressioni. La strategia era un colpo a sorpresa, poi scappare per cercare riparo. Per questo mi sono iscritto in palestra. Volevo imparare a difendermi.
Ha funzionato?
Direi di sì. Lì mi sono irrobustito, ma soprattutto, ho guadagnato sicurezza e ho trovato nuovi modelli di riferimento. Persone sane che praticano sport in palestra ma con valori etici diversi da quelli della strada. Prima il riferimento era il tizio più grosso, con la moto truccata che rombava, che passava il tempo al bar, che faceva il prepotente e per questo era temuto da tutti, poi il mio modello è diventato il maestro Aldo Bianchi, un uomo che di mestiere faceva il geometra e per passione insegnava judo. Quando lo incontravo nei giardinetti, lo guardavo con ammirazione e rispetto; sentimenti che conservo ancora oggi.
Cosa pensa sia cambiato?
Ho preso conoscenza di una realtà che ignoravo con prospettive sane per il futuro e amici diversi da quelli che avevo. Ci sono panchine in piazza Irnerio a Milano, con i miei vecchi amici che, a quasi 60 anni, ancora sono seduti lì rullare canne.
Sicuramente una strada diversa, non solo per la divisa che ha indossato ma anche per la passione per lo sport.
Sì, prima il judo e poi, sempre alla ricerca della lotta più efficace, quindi del colpo perfetto, nel 2000 ho conosciuto questa disciplina, un Jujutsu che in Brasile era stato contaminato da altri tipi di lotte, che si basa su leve articolari, proiezioni e lo strangolamento che crea perdita dei sensi. Ma la vera forza è l’annullamento della distanza, che impedisce lo scambio dei colpi annullando la differenza di peso e di altezza, dove non conta solo la forza fisica ma anche e soprattutto la tecnica.
Sembrerebbe che oltre ai muscoli serva anche cervello.
Ed è così, pensi che viene definito “il gioco degli scacchi umani”, significa che nel momento di difficoltà, quando ormai sei sotto scacco dell’avversario, di una sua presa, devi trovare la mossa che ti porta fuori dai guai e che, magari, ti permette di avere la meglio.
Non soltanto ex carabiniere e maestro, lei è padre di tre figli maschi cresciuti sul tatami.
Tutti e tre ottimi lottatori ma soltanto uno ha proseguito, Raphael, diventando cintura nera di mma. Ed infatti ricordo con grande orgoglio una magica serata di giugno 2024 alla fiera di Bolzano quando, durante un evento sportivo di mma professionistico, abbiamo combattuto in due diversi incontri vincendo entrambi. Io avevo 55 anni, e il mio sfidante 20 anni di meno. Credo di essere stato il più anziano fighter che abbia combattuto un incontro professionistico di mma.




