Isee, nel 2024 meno richieste e valore in aumento
Nel 2024 sono state presentate 10.822 dichiarazioni sostitutive uniche (Dsu – il documento da cui si elabora l’Isee), corrispondenti a 9.295.000 famiglie e 26.505.000 persone. Per la prima volta dal 2015, quando l’indicatore della situazione economica equivalente è stato riformato, si è registrato un calo delle dichiarazioni, pari a 500mila rispetto all’anno precedente. Questo il dato che emerge dal Rapporto di monitoraggio dell’indicatore riferito al 2024 e pubblicato dal ministero del Lavoro il 24 aprile 2026.
Secondo il report, il calo è dovuto in parte al passaggio dal reddito di cittadinanza all’assegno di inclusione e al sostegno per la formazione e il lavoro, con conseguente un restringimento delle platee beneficiarie, e in parte alla riduzione del numero di Dsu replicate. Poiché la dichiarazione vale per tutto l’anno civile in cui viene presentata, in assenza di cambiamenti nel nucleo familiare, non è necessario chiederne una ulteriore.
Tuttavia, dalla riforma del 2015 si è assistito al fenomeno delle repliche che ha raggiunto, negli anni immediatamente successivi, il 20% del totale per poi scendere fino al 13,5% nel 2024. Un fenomeno che si verifica in particolare nei trenta giorni successivi la presentazione della prima Dsu. Il calo delle repliche può forse far ipotizzare una maggior familiarità dei richiedenti con le procedure e le regole sviluppata nel corso degli anni.
Aumentano il fai da te e gli importi
In crescita, invece, il numero di cittadini che provvede in autonomia a richiedere l’Isee tramite il sito internet dell’Inps: da poco meno del 2% delle domande totali nel 2015 si è arrivati al 15%, con una crescita del 20% tra il 2024 e il 2023. Tutte le altre transitano dai Caf, mentre rimangono residuali (meno dell0 0,1%) le richieste effettuate direttamente presso l’ente erogatore del servizio per il quale è necessario l’Isee.
Il “nuovo” indicatore conferma la capacità di far emergere i valori non dichiarati. Mentre prima della riforma le famiglie che dichiaravano un patrimonio mobiliare nullo era arrivata a sfiorare l’80%, nel 2015 la quota è crollata a poco più del 10% per poi scendere ulteriormente, risalire nel 2020-21 e diminuire successivamente per attestarsi al 3,9% nel 2024.
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