«Ho accompagnato mia figlia a un concerto K-pop e mi sono ritrovata a cantare anch’io: cosa sta succedendo alle nostre orecchie (e alle nostre vite)»
In locandina, l’immaginario è ispirato a K-POP Demon Hunters, il film più visto di sempre su Netflix, vincitore di due Oscar tra cui quello, inevitabile, per la miglior canzone originale, quella Golden che chiunque abbia contemporaneamente figli nella fascia 3-12 anni e un paio di orecchie non può aver evitato nell’ultimo anno. La tournée non porta però nelle arene la sola colonna sonora del film (Huntrix vs Saja Boys), ma tra coreografie, scenografie di grande impatto ed effetti speciali, propone una panoramica completa del mondo del K-pop contemporaneo.
Se Golden (nel finale, a squarciagola) e Soda pop fanno ballare e cantare schiere di bambine in età prescolare acconciate per lo più con l’iconica treccia viola di Rumi, e con loro genitori genuinamente presi bene, le Katseye e le Blackpink spingono con testi, estetica e gli immancabili balletti che fanno impazzire le ragazzine (e sì, anche qui le mamme prese bene). Show condotto in inglese e italiano, tempi impeccabili e adrenalina ben dosata, due tempi da 45 minuti e un numero incalcolabile di urla richieste al pubblico, che decisamente non aspettava altro.
La musica coreana ha fatto irruzione nelle nostre vite e non l’abbiamo vista arrivare, soprattutto noi negli anta cresciuti tra Britpop e star americane. I gruppi ce li siamo quasi dimenticate, dopo che da ragazzine abbiamo staccato dal muro gli ultimi poster di Take That e Spice Girls, fino al momento in cui la wave asiatica è entrata in famiglia. Le previsioni dicono che, nel breve e medio termine, è sicuramente qui per restare.
Source link




