Trentino Alto Adige/Suedtirol

Antonio Lampis in pensione dopo 44 anni: “Ora voglio un po’ di noia” – Cronaca



BOLZANO. «Il lavoro è compiuto». Per questo adesso il suo desiderio è godersi “un po’ di noia”, un lusso per chi ha vissuto tra mille impegni come Antonio Lampis. Il primo maggio va in pensione, dopo una brillante carriera lunga 44 anni, iniziata a Palazzo Ducale a fianco del commissario del governo Mario Urzì, proseguita in Provincia – assessore allora era Luigi Cigollaprima come direttore di ripartizione e poi come capo dipartimento della cultura che oggi comprende anche lo Sviluppo economico.

Negli anni è stato braccio destro degli assessori Christian Tommasini (Pd), Giuliano Vettorato (Lega), Marco Galateo (dal 2023). In mezzo, dal 2017 al 2020, un incarico di grande prestigio: la nomina a direttore generale dei musei italiani (oltre 450 musei) per il Ministero per i beni e le attività culturali. Oltre all’insegnamento all’Università e la nomina alla vicepresidenza – carica lasciata solo pochi mesi fa – di UniBz.

L’altra sera, nel foyer del Museion, il saluto speciale dei soci e delle socie della Società Dante Alighieri, voluto dalla presidente Raffaella De Rosa. Dove Lampis, smessi i panni dell’alto dirigente pubblico, si è calato in quelli di dj: la musica è l’altra sua grande passione dopo la cultura.

Ripartiamo da dove tutto è iniziato.

Ho cominciato nel 1982 al Commissario del governo. Avevo partecipato al concorso per segretario diplomato con un obiettivo ben preciso: comprarmi la macchina e poi iscrivermi all’Università. A disposizione 6 posti in tutto: 4 per il gruppo tedesco con 4 candidati; 2 per quello italiano con 100. Tra gli iscritti parecchi laureati, io invece mi ero appena diplomato. Arrivai primo. Allora ero quello che si definisce uno studente secchione. Alla fine è rimasto più a lungo del tempo necessario, per comprare la macchina. Sono rimasto 14 anni. Al fianco di uno dei prefetti più preparati d’Italia Mario Urzì, dal quale ho imparato moltissimo. Diciamo che alla fine si è innamorato di quel lavoro. Diciamo che “non era mai il momento giusto per andarsene”, perché in quel periodo sono successe tante cose che hanno segnato la storia di questa terra: dal terrorismo degli anni ’80, alla chiusura del Pacchetto, alla tragedia di Stava. Ho conosciuto i presidenti della Repubblica Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano. Scalfaro aveva per un me, allora giovanissimo, un sentimento di affetto. Tanto che un giorno mi fece chiamare dalla batteria del Quirinale. E io, all’inizio, pensai ad uno scherzo. Invece era proprio lui.Poi, negli anni ’90, l’arrivo in Provincia come capo ripartizione della cultura italiana.Quel ruolo mi interessava, perché oggi come allora sono convinto che la cultura sia la chiave fondamentale per fare comunità e restare un gruppo linguistico all’interno di questo sistema. Ricordo che mia madre allora non era contenta di questa scelta.

Come mai?

Perché aveva il mito del posto fisso statale. Mio padre era carabiniere. Per loro dunque lo Stato era più importante della Provincia. Nel frattempo si era laureato in Giurisprudenza. Studiando la sera fino a notte fonda e la domenica. Cosa quest’ultima che faceva inorridire mia mamma. Da donna molto cattolica sosteneva che quello era un giorno dedicato al riposo e alla preghiera. Meglio – diceva – un asino in paradiso, che uno studiato all’inferno.

In Provincia, in questi anni, si è occupato di diversi settori.

Oltre alla cultura, ho seguito edilizia, ambiente e adesso, con il vicepresidente della Provincia Galateo, l’economia. Il suo grande amore però resta la cultura. Sicuramente. La cultura è importante ovunque e forse ancora di più in Alto Adige dove è fondamentale – lo prevede anche lo Statuto di autonomia – che ciascuno conosca e approfondisca la propria cultura, per poi confrontarsi con quella dell’altro gruppo.

Lei ha visto la comunità italiana ridursi e perdere peso. Non si è ridotta, perché i numeri sono più o meno sempre gli stessi. È vero invece che in questi anni la comunità italiana ha perso di peso. Come lo spiega?

Perché mancano imprenditori che abbiano la coscienza di comunità. Questo è un ambito in cui però forse c’è ancora la possibilità di recuperare.

Da cosa le deriva questa fiducia?

Dalle giovani generazioni. Ho una figlia di quasi 30 anni. Vedo lei e i suoi amici molto impegnati e consapevoli. La loro generazione potrebbe riservarci delle belle sorprese.

Un po’ di nostalgia nel momento in cui si sta per chiudere un capitolo importante della sua vita professionale?

Assolutamente no. Sono contento di andare via, in un momento in cui tutto ancora mi piace.

La più grande soddisfazione?

I riconoscimenti a livello locale, nazionale e internazionale. Ma soprattutto la soddisfazione di vedere che chi ha lavorato o studiato con me – ho insegnato per 30 anni all’Università – hanno fatto carriere importanti.

Lei è stato direttore generale dei musei italiani: cosa pensa del Museion al centro di periodici attacchi?

Premesso che il mio cuore batterà sempre per il Museion, bisogna riconoscere che accanto alle luci ci sono anche le ombre. Va fatto uno sforzo per migliorare. La nuova presidente Tanja Pichler è bravissima ed ha un’energia molto forte. Forse non venendo dal mondo dell’arte, potrà proporre un’attività espositiva che possa conquistare un pubblico più ampio. Del resto un Museo di arte contemporanea, in una città evoluta, è una presenza necessaria. Ai critici rispondo citando una frase di Piero Siena: “Questa roba potrà anche non piacervi, ma non sarete protagonisti del vostro tempo se non la conoscete almeno un po’”.

Se dovesse decidere lei, Ötzi dove lo metterebbe?

È un tema di cui non mi sono mai voluto occupare. Ad Ötzi va comunque data una sede più adeguata. Oltre che nelle strutture però bisogna investire nelle collezioni e nelle persone che le sappiano raccontare al pubblico.

Cosa pensa dello scandalo dei patentini di bilinguismo?

Tutto il male possibile per chi falsifica documenti pubblici. Però alle spalle c’è una situazione drammatica sulla quale bisognerà fare dei ragionamenti che guardano al futuro. Fra un anno con due auricolari dell’iPhone si potranno parlare tutte le lingue. Il bilinguismo formale va quindi ripensato anche alla luce delle nuove tecnologie per evitare di lasciare le persone senza cure.

Parliamo di Lampis dj.

Mi sono appassionato alla musica elettronica, dopo anni passati ad ascoltare musica classica. La musica elettronica che suono io è anche colta, non solo da discoteca: ti entra più nello stomaco che nelle orecchie. Ho cominciato nella vecchia sede del Museion davanti ad 800 persone su richiesta di Piero Siena.

Dal primo maggio cosa farà?

Niente.

Come niente?

Chi si occupa di cultura sa che la creatività nasce dalla noia. Spero di avere la fortuna di potermi annoiare. Continuo comunque ad insegnare all’Università, nella convinzione che sia il miglior modo per imparare. Poi scrivo sul Sole 24 ore, sull’Alto Adige e su riviste scientifiche. Ho accettato di far di parte del direttivo di Economia della cultura che compie 40 anni e seguo dal 1997. E poi voglio viaggiare.

Primo viaggio in programma?

A giugno, come tutti gli anni, ad Ibiza. Uno dei posti più belli del pianeta, non a caso patrimonio dell’Unesco.




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