Cultura

Mauro Ermanno Giovanardi – E poi scegliere con cura le parole

Scegliere con cura le parole oggi non è semplice, spesso non è nemmeno una priorità per le persone. Lo è, senza dubbio, per Mauro Ermanno Giovanardi, che torna dopo nove anni dal suo ultimo lavoro solista “Il mio stile” con un album che già dal titolo dichiara una poetica precisa: E poi scegliere con cura le parole.

Credit: Silva Rotelli

Una gestazione lunga e stratificata, iniziata nel 2018 interrotta prima dalla pandemia, poi dalla lavorazione dell’album dei La Crus “Proteggimi da ciò che voglio” (2024), un’opera pensata, cesellata nel tempo, costruita su scambi di idee e meticolose rifiniture.

Un processo creativo che parte da una dimensione essenziale — piano e voce, condivisa con il sodale Leziero Rescigno — per poi evolversi in una direzione elettronica netta: niente basso, niente chitarre suonate, nessuna batteria “vera”. Al loro posto synth, drum machine, Moog, e molti campionamenti, suggestioni che richiamano la new wave anni ’80, ma con un approccio che ne sovverte i codici: cassa e rullante restano in secondo piano, mentre il centro emotivo e narrativo è occupato da voce e parole, lavoro che vede alla produzione, registrazione e missaggio oltre allo stesso Leziero, anche LeLe Battista e Roberto Vernetti.

Mauro Ermanno Giovanardi mette le parole in primo piano in modo radicale, costruendo quello che lui stesso definisce un “Collettivo della parola” collaborando con autori del calibro di Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Anastasi, dando forma a una scrittura che osserva il presente con lucidità poetica: un mondo fatto di nevrosi e contraddizioni, ma anche di fragili e preziose sfumature emotive.

L’apertura è affidata a “Il buio nella pelle”, brano intimo, fotografia di un momento di sconforto, dove piano e voce accompagnano una riflessione sulla disillusione contemporanea, una canzone che colpisce per immediatezza e riconoscibilità, in cui le parole diventano specchio collettivo.

Se oramai vale più un post
che saper scrivere canzoni
e una foto anche se figa
vale più delle emozioni
questo posto non è il mio
non è quello che volevo
non è quello che sognavo
non è quello in cui credevo

Consapevolezze che si concretizzano nella successiva “Veloce” in cui l’elettronica si fa incalzante, gli archi si inseriscono creando una sorta di tensione cinematica, un testo duro sulla frenesia di questo mondo che divora tutto, dai rapporti umani al futuro stesso.

“La coscienza della mia generazione” e “Anni Zero”, evocano un immaginario cinematograficamente “baustelliano”. Nel primo brano emerge un j’accuse diretto e amaro verso una generazione smarrita:

Fiori senza figli e senza padri
senza più futuro
gli ultimi perdenti della storia
mentre cadeva il muro

mentre “Anni Zero” incatena e commuove in un crescendo emotivo capace di trasformarsi in racconto visivo, mettendo in dialogo generazioni diverse unite dalla musica, testimoniando che le canzoni possono e devono ancora unire le generazioni, con uno sguardo rivolto sempre al futuro.

Il disco si muove come un vero e proprio viaggio tra suoni e parole, attraversando la memoria personale di Joe, tra musica, teatro e filosofia. “Amore Giuda” si muove su venature swing contaminate da echi new wave, che si estendono anche a “Di struggente amore” e “Fermami”, dove la voce graffiante di Giovanardi insiste su una richiesta essenziale: essere scelti, per dare senso alla permanenza in una relazione.

Cambio i miei stati di necessità
rivoluziono le fasi e le frasi
do nuovi volti alle mie priorità
per scoprire il mio coraggio

Un viaggio attraverso gli errori di ognuno di noi, tema centrale in “Il numero che viene dopo”, riflessione sulla rinuncia progressiva ai sogni, all’omologarsi ad una routine consolatoria perdendo la propria identità, e in “Un errore”, che ribalta la prospettiva odierna abbracciando l’imperfezione quale forma di libertà e creatività, come racconta lo stesso Joe:

“ E’ attraverso l’errore che si cresce, l’imperfezione è un atto politico se lo manifesti come qualcosa di importante, è ciò che ci rende unici”.

Non manca uno sguardo sulla fine: “Per ingannare la morte” è un’intensa riflessione sul lasciare traccia del proprio passaggio terreno, che sia il più coerente possibile con noi stessi.

A chiudere il cerchio è la filosofica “Ha ragione Schopenhauer”, brano raffinato, sospeso tra jazz e suggestioni dub di memoria portisheadiana, attraversato dalla una tromba malinconica del compianto Paolo Milanesi che amplifica il senso di inquietudine esistenziale.

Con lo stomaco che urla
io non riesco a respirare
io mi sento così perso
e non so dove andare
l’inquietudine che sale
e l’insonnia che stordisce
la felicità la cerchi
ma lei non esiste
ha ragione Schopenhauer
ha ragione Schopenhauer

“E poi scegliere con cura le parole” è un album denso, coerente e profondamente identitario, che unisce cultura musicale, memoria e visione contemporanea con eleganza e rigore, capace di inserire la canzone d’autore in una nuova prospettiva, quella di un linguaggio che resiste, evolve e continua a interrogare il presente con lucidità poetica di altissimo livello o, come la definisce Joe, “canzone d’autore del terzo millennio“.


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