Termovalorizzatore, l’ipotesi Scarpino esce di scena: irrealizzabile a causa del rischio frane

Genova. Il termovalorizzatore a Scarpino non si può fare. È questa l’indicazione emersa dal tavolo sul dissesto idrogeologico andato in scena giovedì tra il capo dipartimento nazionale della Protezione civile Fabio Ciciliano, la sindaca Silvia Salis e gli assessori competenti di Comune e Regione. Un verdetto che, in teoria, mette una pietra tombale sull’ipotesi di realizzare un impianto per la chiusura del ciclo dei rifiuti sulle alture del Ponente genovese, finora rimasta sempre sul tavolo nonostante le difficoltà tecniche e soprattutto politiche.
Il vertice è servito per condividere i primi risultati del monitoraggio interferometrico satellitare affidato al centro di competenza dell’Università di Firenze per individuare gli spostamenti superficiali del terreno e dei manufatti e definire così una scala di priorità degli interventi di mitigazione. Dall’analisi dei tecnici risulta, in particolare, che l’area di Scarpino è interessata da diversi movimenti del terreno. E alla domanda precisa della sindaca sulla possibilità di costruire un impianto per i rifiuti in quelle condizioni, la risposta sarebbe stata chiaramente negativa.
“Sulla base della relazione tecnica dell’Università di Firenze e dell’Università di Genova, abbiamo fatto alcune domande e ci è stato sostanzialmente spiegato che dalle rilevazioni emerge che monte Scarpino si stia spostando verso valle e il terreno non ha sufficiente solidità – chiarisce la sindaca Silvia Salis – Di conseguenza, abbiamo condiviso anche la valutazione che, stando così le cose, è del tutto improbabile pensare di realizzare in quella sede nuovi impianti imponenti per la gestione del ciclo dei rifiuti”.
Come risulta dalla relazione tecnica, in base a differenti dati satellitari è possibile individuare due aree nella parte occidentale della discarica di Scarpino che stanno scivolando a 25-30 millimetri all’anno, una velocità considerata “elevata”. Dalle mappe si riconosce non solo un movimento verticale, ma anche un movimento verso est più marcato nell’area bassa. Non solo: pure nella parte alta del versante orientale risulta una deformazione del terreno che “scende” a 20 millimetri all’anno e slitta a velocità inferiore verso est. In tutti i casi le serie storiche mostrano una tendenza lineare, segno che il fenomeno è continuo nel tempo.
Proprio giovedì mattina la sindaca Salis spiegava che lo studio che Amiu aveva commissionato a Ramboll non è stato ancora presentato “perché nel frattempo sono usciti i nuovi criteri del bando regionale”. Quello studio dovrebbe spiegare quanto converrebbe a Genova in termini di impatto sulla Tari realizzare o meno il termovalorizzatore e gli impianti intermedi, valutando quattro scenari possibili.
Ma adesso cambia tutto: “A questo punto – chiarisce ancora Salis – invieremo tutte le informazioni a Ramboll che dovrà aggiornare la studio che stava redigendo, anche alla luce del bando emanato dalla Regione. E faremo tutte le riflessioni necessarie con Iren anche per quanto riguarda i lavori partiti e stoppati per il Tmb”.
Scarpino, individuata tra i siti idonei nello studio originario del Rina e poi esclusa per ragioni tecniche sia da Piciocchi sia (parzialmente) da Bucci, era tornata in gioco grazie alle nuove linee guida che la Regione Liguria aveva approvato a fine 2025 in vista del bando per la chiusura del ciclo dei rifiuti, attualmente aperto fino al 30 giugno. In quel documento non si parlava più di 320mila tonnellate all’anno (quantità che avrebbe soddisfatto le esigenze dell’intera Liguria e non solo) ma di 160-220mila tonnellate. Un impianto più piccolo, che si immaginava realizzabile laddove oggi c’è una discarica destinata alla chiusura tra cinque anni. Ma comunque troppo grande per quel versante, in base alle ultime valutazioni portate dalla Protezione civile nazionale.
A questo punto aumentano i dubbi sull’eventuale partecipazione di Amiu alla procedura per il project financing. Nel frattempo la Regione ha raccolto sei manifestazioni di interesse, ma la grande incognita è ovviamente la collocazione del futuro impianto. Una volta scartata l’opzione Scarpino, non restano molte strade percorribili: in provincia di Genova esistono suggestioni legate alla Valle Scrivia, già promossa dal Rina, ma è noto che le principali attenzioni si sono concentrate finora sulla Val Bormida. Qui, negli ultimi tempi, ha avuto modo di prosperare un ampio fronte del no che raccoglie sindaci, comitati e componenti del mondo economico.
Tuttavia, a parte le inevitabili tensioni sul territorio, le complicazioni sono anche di ordine tecnico. “Ora conferiamo i rifiuti fuori regione, ma se l’impianto viene fatto a 100 chilometri da Genova il problema rimane lo stesso”, rifletteva l’anno scorso la sindaca Salis. Insomma, si rischia di realizzare un termovalorizzatore con pochi benefici per il capoluogo, principale produttore di rifiuti della regione, a causa dei costi di trasporto che rimarrebbero molto elevati.




